CAPITOLO XXXIII


—E quale sarà quest’altro modo?—domandò Baccio, chè prendeva piacere alle costui ribalderie, ed alla buffonesca maniera con cui le narrava.

—Eccolo. Ma torniamo un passo addietro. Dai discorsi fatti in casa ho ritratto, che Niccolò disegna fuggirsene a Genova, al signor Andrea Doria, passando per Pistoja e la Montagna, e dormendo ad un podere ch’egli ha presso S. Marcello. Se farete a mio modo lo lascerete partire, chè, a volerlo pigliare in Firenze, non vorrei giurare che non nascesse qualche grave scandalo tra ’l popolo. Bisognava vedere jer notte in S. Marco tutti que’ suoi straccioni d’operaj, come gli offerivano di morir per lui!... Lasciamolo dunque andare, anch’io farò le viste di fuggire con esso loro.... e basta che mi diate cinque o sei uomini d’arme, che ci vengan seguitando alla lontana, ed a questi s’accompagnerà una persona che so io.... e non dovrebb’essere inutile.... Basta, questo sarà pensier mio..... questi soldati però converrà trovare uno che li guidi e sia uomo sicuro....—

—Anderò io!—esclamò il Nobili, che tremava non gliel avessero a ficcare in qualche modo.

Troilo lo squadrò da capo a piedi con un certo suo ghigno, poi disse:

—Be’.... verrete voi.... e costoro potranno vantarsi d’aver avuto un capitano, chè prima di trovarne un altro!.... Quando dunque siam nella montagna, coll’ajuto di parte Panciatica, se i nostri non bastassero, te li rimeniamo zitti zitti a Firenze, o, dirò meglio, qui, messer Benedetto, vi rimenerà Niccolò, e scavalcheranno al bargello. Io, quando siam verso Prato, prendo a man manca colla giovane e cert’altra brigata, e me ne vo’ alla villa di messer Baccio Valori a far i saldi col fattore, ed assaggiare un bicchier di buon vino, e messer Baccio mi darà una lettera affinchè, se avessi bisogno d’una camera, e di buttarmi sul letto un momento, non mi uscisser fuori che non han le chiavi.—

—E t’ho anche a tener la scala, birbone?—

—L’altro giorno, quando messer Benedetto qui vi si raccomandava pei fiorini di Niccolò, che per poco non si metteva a piangere, che vi diss’io? Ch’io non mercantavo a danari, e che un’altra cosa volevo... la cosa è questa.... e del resto non v’è nulla di male.... fo come gli antichi romani con quelle belle ragazze de’ Sabini....non vollero per amore? le ebbero per forza......

Ma quando avessimo riferito sin all’ultima sillaba il dialogo di questi birbi saremmo poi certi d’aver fatto cosa molto grata al lettore che n’ha già inteso quel tanto che basta alla chiarezza del nostro racconto? Lasciamoli dunque far le loro combriccole, chè non a tutti, se piace a Dio, toccherà cantare troppo allegramente vittoria; e vediamo che cosa avvenisse intanto in casa i Lapi, ove era ritornato Niccolò, ed avea già ricevuto la trista nuova della rotta delle bande italiane.