Niccolò, rimasto solo, sedette per riprender gli spiriti e riposarsi un momento; poi, alzatosi in piedi con un certo sforzo risoluto, pensò, prima d’ogni altra cosa, al modo di portarne seco le reliquie del Savonarola. Salito, non senza stento, su una sedia, spiccò la tonaca e tolse la ricca borsa, ov’erano le ceneri del frate, e le depose, non senza lagrime, in una cassetta, dicendo: «Almeno queste ch’io le abbia meco ov’io morrò.» Aperto poscia il suo priorista, che, per esser troppo grosso volume, pensò lasciare, insieme a molt’altre masserizie di casa, vi scrisse le seguenti parole:
«Ricordo che addì.... agosto anno 1530. Io, Nicholò di messer Clone, nella mia età di novant’anni, tre mesi, et quattro giorni, dovetti uscire di casa mia et della ciptà di Forenza venuta in potestà de’ Palleschi et di Sua Santità papa Clemente VII, inimici di questo popolo, quale si defendette insino all’ultimo virtuosamente et justamente, et havendo perduta la libertà, sia raccomandata almeno la sua fama agli huomini honesti, quae semper vivat. Et il nostro Signore Iddio habbia pietà de’ nostri peccati. Amen.»
Raccolte poi molte carte, e lettere, che trovate dal nuovo reggimento avrebber potuto nuocere a più d’un cittadino, ne fece un mucchio sotto il cammino, v’appiccò il fuoco, e mentre la fiamma le consumava, pensava: «A momenti il tuo focolare sarà spento per sempre, Niccolò!» Ed a coloro, cui è noto il senso, sto per dir religioso, che desta nell’anima il focolare della casa paterna, sarà pur noto qual fosse in quel momento il cuore del povero vecchio.
Dal cammino, accostatosi al letto, spiccò da una delle colonne un crocifisso d’argento, lo baciò, e per un cordone che v’era attaccato se lo infilò al collo. Esso stesso l’avea posto tra le mani irrigidite di sua moglie morente; esso ne l’avea ritolto prima che venisse portata alla sepoltura, e gli rammentava quella donna che forte ed umile, prudente ed insieme ingenua ed innocente, era stata l’allegrezza della sua gioventù, l’onore ed il conforto della sua vecchiaja; quella che avea passato seco tant’anni, ignota, per dir così, a tutto il mondo fuorchè al solo suo cuore. E Niccolò l’avea imperterrito e forte, ma non duro nè sconoscente, e nel prender ora quest’ultima memoria della donna sua, lo sentì commosso da mille giovanili rimembranze che avea credute egli stesso cancellate per sempre.
—Oh! quanti dolori ti risparmiava Iddio chiamandoti a sè prima di questi tempi di sventura!.. la morte di tanti figliuoli.... la rovina di Firenze... il caso della Lisa.... ed ora l’esilio....la fuga.... i disagi.... la morte in terra straniera. Oh Dio! tu fosti misericordioso!... io piansi allora.... mi lamentavo... Tu sapevi qual era il mio meglio! Ora ti ringrazio Iddio, io non soffro che per me solo.—
Dato poi sesto a varie cosucce, per uso della sua persona, e racchiusele in una valigetta, cavò da una cassa alcuni denari che vi tenea riposti pei casi improvvisi, ed erano il solo tesoro in monete che egli avesse; chè quelle cantine piene d’oro eran la solita favola che in ogni paese ed in ogni tempo corre tra il popolo sul fatto delle persone stimate ricche. Ricco difatti potea dirsi Niccolò, ma nè avaro, nè inclinato ad ammucchiare inutilmente il danaro, che invece teneva vivo girandolo pe’ banchi di Venezia, di Lione, di Genova, e delle principali città d’Europa, per la qual cosa nel suo esilio, non dovea, se non altro, temere la povertà.
Finito così ogni apparecchio sedè per riposarsi, ed alzando il capo s’accorse che la lampada appesa dinanzi alla nicchia, oramai nuda e vota, ardeva tuttavia. S’alzò di nuovo e con un soffio la spense: quell’atto, in apparenza così indifferente, fu un nuovo e pungentissimo dolore pel povero vecchio, chè dalla morte del Savonarola, da 32 anni, sempre avea mantenuto quel lume, era avvezzo a vederlo di dì e di notte, a volgervi gli occhi mentre orava, e durante le lunghe e solitarie veglie in che, per la vecchiaja, passava sovente l’intere notti.... ed ora, la sua camera priva di quel solito lume, gli parve come una cosa senz’anima, tutta nuova, morta e desolata, ripensò più amaramente in cuore a’ suoi figli uccisi, i quali tante volte erano stati seco in codesto luogo, che gli parve ora pieno di tanta tristezza da non potervi reggere, e gli nacque in cuore una fretta, una smania indicibile d’uscirne, e togliersi una volta a tante dolorose memorie.
E per verità, in codesta famiglia, il più infelice di tutti era Niccolò, che non trovava oramai nel futuro una sola speranza ove riposarsi.
Laudomia invece, mentre s’affaccendava nella sua cameruccia, ajutata da M. Fede, avea bensì gli occhi umidi ed il cuore trafitto pensando ai fratelli uccisi, ai mali della patria, al dolore del padre, vedendosi balzata a un tratto tra genti incognite e lontane, fuori di quel tetto al quale eran congiunti i pensieri, le gioje, gli affetti di tutta la sua vita... ma Lamberto, che sarebbe stato sempre al suo fianco lontano da tanti pericoli, non era forse un compenso bastante, un rifugio, una speranza? E finchè dura la speranza chi è pienamente infelice?