Quando, usciti fuor di porta, presero la via di Prato, il cielo era oramai tutto sparso di stelle, e soltanto all’oriente splendeva, dietro le masse scure ed addentellate de’ monti, una striscia di luce rancia, sulla quale campeggiavan lunghi nuvoli neri tinti appena qua e là sugli estremi e più bassi lembi d’una luce languida e rossastra.

L’afflitta comitiva, parte in sella, parte a piedi, camminava senza profferire parola, nè produrre altro strepito fuorchè quello del calpestio de’ pedoni e dello scalpitar de’ cavalli: l’aspetto della campagna fosco e tranquillo, stillava al cuore una pace dolce e mesta ad un tempo: giungeva all’orecchio con certa regolare intermittenza il fioco e tremulo cantar de’ grilli, ed i spessi e diversi sibili di quelle innumerabili generazioni d’insetti che danno vita ai silenzi della notte senza turbarli. La placida quiete della natura contrastava pur troppo coll’agitazione, co’ dolorosi pensieri di que’ poveri afflitti. E chi, percosso dalla sventura, e trovandosi a caso in luoghi ameni, vedendo una bell’aurora, un tramonto, una notte serena, non ha provato un senso d’amarezza, quasi d’insulto alla sua miseria? Forse, perchè l’ordinata e perenne stabilità della natura, paragonata colle mutazioni continue della condizion nostra ci raumilia e ci fa accorti della nostra piccolezza.

Dopo un tratto di strada, giunti su un poco di rialto, di dove si potea forse ancora discernere gli edifizj e le torri di Firenze, Niccolò rattenne la briglia, si volse indietro, e stringendo le ciglia rivolse a vedere per l’ultima volta, o così gli parve, la massa bruna della cupola del duomo. Stese verso essa le braccia quasi salutandola, mise un sospiro profondo, e senza aprir bocca, senza che alcuno de’ suoi osasse parlargli, punse il cavallo e si rimise in via.

La compagnia, che gli aspettava a S. Donato, s’era intanto congiunta con loro, senza strepito o voce nessuna, e quei poveri popolani, stimandosi beati di poter difendere e condurre in salvo Niccolò, venivan di buon passo, senza curarsi del disagio, nè del pericolo, finchè, dopo quattr’ore di viaggio, giunsero a Prato. Girate le mura e ritrovata la strada di Pistoja, volle Niccolò fermarsi e lasciare che chi veniva a piedi si riposasse, ma costoro non lo soffersero, e fattisi in molti intorno al suo cavallo, lo pregarono riprendesse pure il viaggio (chè ogni ritardo poteva esser pericoloso) affermando non esser in verun modo stracchi, ed in fatti non eran uomini che facilmente si lasciassero vincere dalla fatica.

Così camminando tutta la notte si trovarono verso l’alba presso la porta di Pistoja, ed oramai bisognava agli uomini ed alle bestie conceder cibo e riposo. Prendendo a destra per certi tragetti, riuscirono al di là della terra verso la montagna, sulla via di Modena, ove, mettendosi pe’ campi, trovarono un seno del poggio assai ben nascosto da cespugli e da gruppi foltissimi di castagni, tra i quali entrati in quella appunto che si faceva loro il dì chiaro addosso, scavalcaron tutti, e per cura de’ giovani e di Fanfulla vennero presto disposte in terra coltri e mantelli, tantochè alle donne ed al vecchio facessero un poco di letto.

Quivi si riposarono tutto quel giorno, e rinfrescatisi il meglio che potettero, verso sera parve a Niccolò riprendere il viaggio. Prima però di avviarsi, chiamati intorno a sè quelli che gli avean sin qui servito così amorevolmente di guardia e di compagnia, e pe’ quali non pochi aveano in animo di passare innanzi, disse loro:

«Figliuoli miei, è giunta l’ora che noi ci dobbiam lasciare. Che posso io dirvi se non che io vi ringrazio e vi porto meco nel cuore, e non mai ne’ pochi giorni che m’avanzan di vita mi scorderò della cortesia, dell’amore che m’avete dimostro? Se e vero che la benedizione d’un vecchio venga raffermata da Dio, io ve la do questa benedizione, ed egli sa con che cuore! io, povero vecchio, non posso in altro modo rimeritarvi.... Ora tornate alle case vostre.... a quella patria venerata e santa ch’io non debbo riveder più, e che voi certamente rivedrete un giorno libera e felice.... la sera, quando farete l’orazioni co’ vostri figliuoli, pregate anche per Niccolò, pregate pe’ miei figliuoli morti in questa guerra.... io sarò sotterra, in paesi lontani.... ma la mia memoria sarà tra voi, sarà viva in questa patria per la quale non venni fatto degno di poter morire.... ecco l’ultimo mio desiderio, l’ultima speranza che mi rimane.... E Dio vi benedica tutti, e addio per sempre.»—

Queste parole vennero pronunziate da Niccolò con voce vacillante per la commozione che provava, mentre già era a cavallo con tutti i suoi; finito il dire allentò la briglia, volse un’ultima occhiata a quelli che rimanevano, e che immoti ed attoniti fissavano in esso gli sguardi, ed alzando la mano in segno di saluto, o forse accennando il cielo, prese la via tra gli alberi, e si tolse dagli occhi loro.

Ritrovata la strada maestra, principiarono a salire, sinchè scavalcato il giogo si trovarono nella valle del Reno, dalla quale, dopo breve tratto, volgendosi a mano manca, e venuti sulle cime dell’Oppio, s’aprì loro d’avanti la bella valle ove giace S. Marcello e Gavinana, e che può dirsi il cuore della montagna di Pistoja.