Chi visita ai dì nostri codesto paese non vi trova se non amenità di luogo, pace, ricchezza e cortesia tra gli abitanti. Il tempo, che tante cose guasta, taluna pur ne migliora, ed ha quivi spento del tutto gli antichi furori di parte, e cancellatane persin la memoria[68]. Le braccia che avanzano all’agricoltura trovano come adoperarsi nel lavorìo delle cartiere stabilite da una casa che rammenta uno de’ primi nomi delle lettere italiane[69], ed impiega le sue ricchezze nel modo il più nobile, perchè il più utile all’universale. Quest’industria, ed i varj traffici, rendono codesti popoli operosi ed agiati, e perciò felici e tranquilli.

Troppo diversamente andavan le cose all’epoca della nostra istoria, e non avrà dimenticato il lettore le dolorose e crudeli vicende di S. Marcello, nè la furibonda rabbia da’ Cancellieri. Dopo quel fatto, rotto il Ferruccio, eran mutate le parti e le fortune, e con impeto e rabbia altrettanta, e maggiore, aveano i Panciatichi sopraffatti, perseguitati e distrutti i loro nemici, rovinandone, ardendone persino le case e le messi, ed i nostri viaggiatori, benchè fosse notte, presto scopersero i segni di quelle devastazioni.

Qua eran viti sbarbate, alberi fruttiferi rovesciati, o segati al pedale; là un campo ov’era stato messo il fuoco, nero, arsiccio, coperto di ceneri; ora un tugurio arso, e del quale non avanzavano che i quattro muri, ora qualche casa di gente più agiata depredata da saccomanni, parte rovinata, colle porte sconfitte, sgangherate; rotte l’invetriate, scontorte e pendenti le imposte, se pur taluna ve n’era rimasta, tutto poi desolato, silenzioso, voto d’abitatori; e questi, Dio sa che fine avean fatta! se erano stati morti, se avean potuto scampare, se eran abbruciati, o sepolti sotto lo rovine a caso, e forse racchiusivi a bella posta onde sentissero lunga lunga la morte. Lamberto riconobbe i luoghi, le case che avea pochi giorni innanzi vedute, passando, in buon essere, e diceva a Niccolò:

—Ecco la vendetta di S. Marcello! La non s’è fatta aspettare.—

Mentre diceva queste parole, passavano appunto innanzi ad una casa peggio ridotta dell’altre, ed in molte parti diroccata, tantochè i mattoni, le travi, i calcinacci caduti, mezzo ingombravan la via, quando udirono da una buca a fior di terra d’una cantina, ’o legnaja che fosse, uscire un lamento fioco d’una voce che chiedeva misericordia per Dio!

Si fermaron tutti al momento. Scavalcaron Fanfulla, Lamberto e Bindo, e cacciandosi tra que’ rottami, e chiamando spesso per potersi dirigere, ed udendo rispondersi quell’istesso lagno debole e spento, mentre Niccolò e le donne con aspettazione grandissima li stavan guardando, s’accorsero alla fine d’una figura umana che, strascinandosi a stento carpone fuor della buca, disse con voce che fece aggricciar le carni a tutti.

—Oh, bene, ammazzatemi! ch’io non reggo più a questi tormenti, ma prima un po’ d’acqua per Dio.... Oh, l’acqua fresca, e poi morire!—

Presero quel disgraziato a braccia e lo portarono in mezzo alla strada, e Bindo corse al torrente Limestra, al quale eran vicini, e tornò coll’acqua, che quegli bevve avidamente, e lasciandosi cader il vaso delle mani alzò la fronte il meglio che potette, e disse per ringraziamento:

—Ora più non vi temo, ammazzatemi, e l’avrò caro.... che maladetti siate con tutta la parte Panciatica!—

E Lamberto, raffigurandolo, esclamò: