CAPITOLO XXXIV.
Poco mancava alla mezzanotte quando la cavalcata giunse finalmente in Gavinana, alla casa che per contratto nuziale avea Niccolò concessa a Lamberto a titolo di dote, ed ove era giunto, un’ora prima, uno de’ cavallari che gli accompagnavano affinchè, precedendo, destasse il fattore, facesse aprire ed apparecchiare tutto quanto bisognava.
Questo fattore dabbene, che era poco più d’un contadino, persona affezionata alla casa i Lapi, cui serviva sin da giovinetto; tenendo, com’è naturale, per la parte cancelliera, era stato a que’ giorni offeso in varj modi dalla setta nemica, e salvatosi il meglio che avea potuto, viveva in continua paura; cosicchè ce ne volle prima che rispondesse, si persuadesse che realmente i suoi padroni stavan per giungere, e si fosse risoluto d’aprire, temendo d’una qualche trappola per entrargli in casa a svaligiarlo. Persuaso finalmente, aperse, e si diede con fretta grandissima ad ammannire una cosa, disporne un’altra, ajutato dalla moglie e da un garzonaccio tutto sonnacchioso, tantochè finalmente udì lo scalpitar de’ cavalli, e corso giù per le scale trovò che i viaggiatori scavalcavano in un cortiletto, posto tra la casa e la pubblica via, separato da questa con un muro non troppo alto.
Quella sorridente ed officiosa premura che si dipinge sul volto d’ogni fattore nell’atto di far riverenza al padrone che giunge, sul viso di Matteo (chè così avea nome costui) era volta in altrettanta mestizia. Niccolò, senza entrar seco in molte parole, andò innanzi colla sua brigata in una saletta terrena ov’erano accesi i lumi, e che malgrado le cure del fattore serbava evidenti tracce di disordini recentemente accaduti. Al tanfo di racchiuso, solito alle stanze poco abitate, s’univa un odor di mosto o di vino: in terra macchie d’umido, rottami di stoviglie, chè il buon Matteo colto improvviso, non avea avuto tempo a spazzare: e sulla più larga parete, ov’era nel mezzo rozzamente dipinta l’impresa di Firenze, scudo bianco col giglio rosso, si vedean disegnate malamente col carbone le forche in modo, che il detto scudo occupasse il posto dell’impiccato. Sovr’esso, nell’atto di manigoldo, era figurato un uomo con una corona di imperatore sul capo, ed accanto, sulla scala ove suoi porsi il frate confortatore del giustiziato, un altro fantoccio che dal triregno si capiva dover rappresentare un papa, con chè l’ingegnoso artista avea voluto figurar l’imperatore Carlo V e papa Clemente VII, che d’accordo davan lo spaccio alla città di Firenze, ed in quest’opera, alla nobiltà del pensiero, corrispondeva pienamente quella del disegno. Attorno pe’ muri era tutto imbrattato di parole scritte parimente col carbone in modo e con ortografia villanesca, e che dicevano—Viva le Palle!—Moja el marzocho—Parte Chancelliera, te porta el diavollo e la versiera ec.—
E mentre il vecchio accortosi di quest’insolenze le guardava con notabile alterazione di volto, il fattore diceva, tutto spaventato ancora, e quasi piangendo:
—Lo vedete, messere, que’ ribaldi vituperati, come v’hanno conciata la casa?.... E s’io son vivo, è stato miracolo espresso di Dio.... chè abbiam vedute le gran cose a questi giorni!.... io credevo che fosse il finimondo!.... Prima, la rotta del Ferruccio, che in paese l’archibusate eran come gragnuola fitta.... poi, que’ traditori Panciatichi a far il resto, e non c’è casa in Gavinana che non pianga; non c’è casa che non abbian rubata.... con ferite e morti di tanti poveretti.... già, credo io, non saranno rimaste qui insieme cento persone, chi è fuggito, chi è morto,.... e chi rimane sta in paura di peggio. Io non volli fuggire.... egli è pur obbligo mio guardarvi la roba vostra; e son venuti qui dentro a far gozzoviglia, ed hanno dato fondo a quanto ben di Dio c’era in casa.... e poi, ubbriachi come majali, picchiate a me, alla Caterina, e queste porcherie su pe’ muri.... e sapete che mi hanno detto? «Quando tornerem qui, se troviamo che punto punto tu abbi tocco codesto muro, noi t’impiccherem per la gola dov’è questo scudo.» E però io, poverello, non son stato ardito di ripulirlo.
—Se tu non lo fosti, ben io lo sarò—disse Bindo dando di piglio con istizza ad una granata ch’era in un angolo, e disponendosi a cancellare quelle sozze figure, ma Niccolò lo rattenne dicendo: