Ora che i prigioni eran rinchiusi e ben guardati, nè v’era il rischio d’incontrarsi con loro, entrarono in casa i due traditori, ed era con essi Selvaggia, alla quale non ci regge l’animo apporre l’istessa taccia, sin che non abbiano i suoi portamenti palesato interamente l’animo suo. E ad ogni modo, che non si perdona ad un amor come quello che la consumava, e che piuttosto dovrebbe dirsi delirio, furore o pazzia? Tanto più se si ponga mente al lungo e disperato soffrire di quella poveretta, all’offese, agli scherni, allo sprezzo, che era stato il solo suo pane (se è lecita l’espressione) dacchè avea aperto gli occhi alla luce, il cuore agli affetti? Pur troppo cotali anime entrando nel mondo recan seco loro i semi d’eroiche virtù e di tremendi delitti. I casi, gli uomini ne’ quali s’imbattono, suscitano l’une o gli altri. Quindi virtù o vizio, felicità o sventura.
Sappiamo qual parte fosse toccata a Selvaggia, che votato il calice della sventura sino alla feccia dovea morir nello strazio, se una potente speranza non l’avesse tenuta viva, quella della vendetta. Per questa sola essa sosteneva la vita, pensava, agiva, si moveva, da quella terribil notte, ove sulla strada d’Empoli avea per l’ultima volta veduto Lamberto: l’avea pensata, combinata alla lunga nel segreto del cuore, nel silenzio delle notti senza sonno, nelle lunghe ore ove o fosse in quiete, o in trambusti, tra la moltitudine, o lontana da tutti, era sempre sola con quel suo perenne ed immoto pensiero, che le splendeva alla mente quasi torbida stella in un’immensità tenebrosa.
Volea vendetta, l’infelice! E l’avea a suo grand’agio meditata, e poi scelta quale, raro o mai, fu immaginata da cuore umano; l’avea, per dir così, nutricata, e con mille cure, mille stenti, condotta al punto di vederla compiuta. Il momento era giunto.
Intorno alla tavola sulla quale era ancora non tocca la cenetta apparecchiata pei poveri presi, sedettero messer Benedetto, Troilo e Selvaggia. Il primo, per guardarsi il meglio che poteva dai rischi che avrebbe forse incontrati in quest’impresa, s’era tutto inferrucciato di maglia, e di pezzi d’armatura, con un petto ed uno schienale, che sulle spalle e sotto l’ascelle, per virtù di buone coregge, eran venuti bene o male a congiungersi e star a dovere: ma ai fianchi, con tre braccia in giro di pancia, erano stati scherzi a volerli far entrar nell’incastro, e rimanevano aperti, lontani un palmo l’un dall’altro, tantochè sui lati gli sarebbero stati di poca difesa. Ora poi, pel disagio, pel caldo che era grandissimo, benchè fosse notte, il ribaldo vecchio non ne poteva più e gli pareva d’aver indosso una montagna. Si cavò una cervelliera tutta bozze e rugginosa, e colle guance pallide e vizze, s’asciugava il sudore, gonfiando le gote e soffiando. Selvaggia, coperta del lucente arnese d’un uomo d’arme, non dava segno veruno di stanchezza: teneva i gomiti sulla tavola, e soprappensiero la veniva scheggiando con un coltello che s’era trovato sotto mano. Troilo, armato alla leggiera d’un picciol giaco, aveva un viso livido ed uno spavento negli occhi che metteva ribrezzo. Ma volea parer franco; parer più franco ribaldo del suo compagno, ed arrabbiava in cuore, vedendo che costui non mostrava sul suo viso di collo torto, verun’altra alterazione se non quella prodotta dalla fatica e dal caldo. Alfine, conoscendo che il suo aspetto lo tradiva, s’attaccò ad un fiasco, bevette, e pensando di volger la cosa in ischerzo, levò una risata grandissima, e che troppo appariva studiata, dicendo:
—Sapete che mi vien in capo, messer Benedetto?—vi ricordate quella notte alla buca di S. Girolamo, quando vi toccai sul groppone con quelle funicelle... e fu per isbaglio, vedete!... buon per voi allora se foste stato come siete adesso, con quell’arme indosso che parete un paladin di Francia!—
—Così ci fuss’io ora alla buca, e non fossi qui:—rispose il vecchio ipocrita, che al contrario di Troilo, non provando senso veruno d’umanità, si studiava di simularne l’apparenza, con quella diversità che corre tra il birbone novizio ed il matricolato.
—Queste scene mi fauno male! proseguiva con un viso compunto.... Quel povero Niccolò! quella povera famiglia!....—
Poi con un gran sospiro:
—Ah! la ragion di stato è pur la terribil cosa! Ed il servire ad essa, servire alle leggi ed all’ordine costa di gran sacrifici!—
La presenza di Selvaggia e di alcuni soldati, che ritti sull’uscio guardavan l’entrata, persuase forse il Nobili a parlar così. Ma aveva da far con Troilo, che rifacendo il suo viso, la sua voce ed il suo sospiro, rispondeva: