—Eh! vi compatisco, povero messer Benedetto! Sono una gran cosa que’ bei sacchetti di ducati di sole.... voglio dir le leggi, e l’ordine e la ragione distato.... mi scordo nulla? il Nobili si scontorse e fece a Troilo cenno coll’occhio, quasi dicesse: «costoro ci odono» e chiedesse mercè. Ma Troilo, che si sentiva in quel momento pieno d’un inesplicabil veleno, come accade a chi è costretto odiare e sprezzar sè stesso, ed avea bisogno di darsi un qualche sfogo, proseguiva con perfido riso:
—Messer Benedetto mio caro! vo’ siete già stracco e rifinito come un asino d’un mugnajo, e volete torre quest’altro disagio di tenervi sul viso quella maschera d’uom dabbene.... E se vedeste come siete sudato! vi goccian le gote come una pentola risciaquata! voi v’ammalerete. Già è inutile, vedete. Fate come fo io: sono un ribaldo, e lo dico. Sono un traditore; e che perciò! E gran capitani e re e papi e imperatori lo sono altrettanto e peggio, quando non trovano altra via. Fo i fatti miei come posso anch’io, e chi ne vuol venga avanti. Dico bene, Selvaggia?—
Ed alzandosi, non più col viso piacevole e in solo scherzo, ma a un tratto mutato in un piglio rabbioso, fedel ritratto dell’inferno che avea nel cuore, passeggiava pel salotto, e diceva, mezzo fremendo:
—Io non posso patir questi bacchettoni.... questi serpenti colla faccia d’angeli.... chi gli abbia a saper grado di cotesta fatica, non si sa, nè Cristo, nè diavolo certo!....—
E seguiva a passeggiare sbuffando e brontolando tra’ denti.
Selvaggia, poco o nulla gli badava. Il Nobili, mezzo sbigottito di quell’ira così subita e senza cagione, gli diceva, guardandolo con maraviglia:
—Oh! che cosa c’entra ora quest’adirarsi?—
Troilo gli si volse come una vipera; poi, tosto avvedendosi quanto quella sua rabbia desse in non nulla, e lo rendesse ridicolo, scoppiò in una grandissima risata sguajata e convulsa, e versando al Nobili un bicchier pieno colmo di vino glielo presentò, canterellando una canzoncina; il vecchio lo accettò, dicendo:
—Va, va che n’hai un ramo!—e bevette.