Cert’altri soldati, che dormicchiavano buttati sulla paglia nel cortiletto, risero, borbottarono non so che motteggi, e tutto di nuovo fu silenzio. Il lume che ardeva sulla tavola s’impallidiva, e si facea piccino per mancanza d’olio.

Messer Benedetto s’era accomodato in un angolo, e fattosi con un pastrano un po’ di guanciale, russava, e russavan molti in cortile, per le scale e per istrada, chè era quell’ora presso l’alba in cui è più invincibile il sonno. Selvaggia, col capo tra le mani, non si sapea se vegliasse o dormisse. E Troilo, che col bere avea sperato cacciare i pensieri tremendi che l’infestavano, gli avea invece, e di giunta, resi più incomposti e spaventosi, si sentiva la mente turbata e sconvolta da mille strane ed enormi immaginazioni, per le quali gli parea vedersi passar innanzi gli occhi mille paurose e sfuggevoli forme, che gli empievano l’animo d’un nuovo e puerile terrore.

La quiete che l’attorniava, la torbida luce della lucerna morente, lo funestavano: drizzava con istudiata violenza il pensiero ai guadagni che avea sperati dal suo delitto, pensava: «domani a quest’ora avrò quello che ho tanto desiderato, avrò Laudomia, potrò farne il piacer mio! poi i Medici mi faranno grande, ricco, vivrò splendido ed onorato!» Ma queste immagini a un tratto avean per esso perduto ogni colore, ogni vita, non altrimenti che se fossero state fallaci larve, evocate da un genio malefico soltanto per allucinarlo e trarlo al delitto.

Arrabbiava vedendo messer Benedetto dormir riposato, e pensava: «Egli è pur maggior ribaldo di me! Non è più bravo di me, non ha più animo... eppure... eccolo là, russa come un majale, come avesse condotta a fine un’opera santa!»

In ultimo, impazientito, rabbioso di trovarsi cotanto vile, diceva: «Eh, via, ella è pur la gran fanciullaggine! pensiamo a metterci in via, e col sole spariranno quest’ubbie di femminelle» ed accostandosi risolutamente al Nobili, lo tirò pel braccio, dicendo:

—Animo! non è più tempo di dormire, e bisogna dar ordine ad avviarsi.—

Il vecchio si risentì, e mettendo il respiro lungo lungo due o tre volte, stropicciandosi gli occhi, e dicendo: «ohi! ohi!» nel primo moversi, chè la mala positura e la pressione dell’arme l’avean tutto indolentito, pur si rizzò, e presto fu interamente desto.

Selvaggia anch’essa, che in tutta la notte non avea mai profferita parola, s’accostò, e sedette alla tavola con loro; i soldati si svegliarono, i cavallari si diedero ad ammannire le bestie, ed intanto una arietta fresca e montanina, che, entrando per la finestra, spense l’ultimo raggio della lucerna, annunciava vicina l’aurora.

—Orsù, disse Troilo, ho pensato che i prigioni gli avviamo innanzi accompagnati da’ nostri uomini e da que’ villani Panciatichi. A voi non piaccion le scene.... avete detto. A me non piaccion piagnistei. Noi verremo dietro col nostro comodo, già la montagna è sicura da’ Cancellieri, e non v’è dubbio di nulla. Quando sarem verso Prato, voi, messer Benedetto, v’avvierete a Firenze, e ne menerete con voi Fanfulla, Bindo, Maurizio e la Lisa colla fante, che rimanderete a casa, al fatto suo ho già provveduto. Non le mancherà pane. Son gentiluomo, e so quali modi si debbon tenere... Selvaggia ed io prenderemo a man manca, e andremo alla villa di messer Baccio con Laudomia e Lamberto,—con ambedue abbiamo a discorrere.... e non dubitare Selvaggia, che di vendetta io te ne satollerò, purchè ad ogni accidente tu mi tenga il fermo.—