—Di questo non istate in pensiero, rispose con parlar tronco la donna: poi riprese, ma se date retta a me condurrete con noi anche Fanfulla cogli altri due invece di mandarli a Firenze. Se vi vanno, saranno messi in libertà probabilmente, chè il reggimento vuol Niccolò e non loro, ed appena sciolti, loro primo pensiero sarà mettersi in traccia di noi. Sapete che anime sono.... Fanfulla pel primo... io ve lo volli avvertire.—

—E troppo facesti bene! Oh! vedi, pazzo ch’io ero, non v’avevo posto mente! e se non eri tu potea succeder una bella danza. È vero che essi son quattro, e noi con Michele tre: ma essi son legati e senz’arme, e noi armati.... potremmo condur con noi uno o due di questi soldati... ma... a dirtela.... meno siamo e più l’ho caro.... ed in certi casi, quando si può far a meno d’aver testimonj, è sempre meglio... No, no, soli tra noi! Eh, diavolo, sarebbe una vergogna!.... Ehi, Michele! (gridò chiamandolo) portami dell’acqua!.... non so.... mi sento stonato.... che sia quel maladetto vino... mi sento un’arsura!.... sarem fuori una volta di queste maledette mura!—

Venne l’acqua, bevve, e si rinfrescò il viso, ed intanto i loro cavalli erano comparsi all’uscio. Troilo, il Nobili e Selvaggia si misero in sella, e lasciato l’ordine agli uomini d’arme ed a Michele del modo che dovean tenere nell’avviare i prigioni, voltarono per le strette vie di Gavinana in un luogo fuor di mano, di dove potean scoprire quando questi si fossero messi in istrada, con animo poi di venirli seguitando alla lontana.


CAPITOLO XXXV.


La strada che da Pistoja conduce a Firenze, passando per Prato, si mantiene quasi sempre a breve distanza dal piede di quella catena di monti, che chiude a tramontana la valle dell’Arno. I molti gioghi che si diramano dalle vette sassose ed aride dell’Appenino, scendono a grado a grado sino alla pianura, formando dapprima dirupati e tortuosi burroni, poi fresche vallette ombreggiate da folti castagni, e s’allargano alla fine in ondulate convalli ricche d’ulivi e di vigne, tra le quali biancheggiano, sparse per la costa, ville e casali. Le falde di cotesti gioghi, che s’estendono quali più quali meno nel piano, ora si perdono insensibilmente con un dolce pendìo, ora a guisa di promontorj vi si scoscendono con angoli risoluti. A tre miglia da Prato, sovra un poggetto isolato, sta M. Murlo, castello degli Strozzi, d’onde messer Filippo e Baccio Valori, alcuni anni dopo l’epoca che trattiamo, furon condotti, questi al boja, quello al carcere, che aveva co’ suoi danari ajutato edificare, e dov’ebbe al fine volontaria tomba. Così (in questo mondo, se non nell’altro) saldarono il conto che aveano colla patria tradita da loro.

Passato M. Murlo, s’interna verso i monti un largo seno a guisa d’anfiteatro, e vi siede nel fondo, assai bene elevata sul piano, la villa che allora era di Baccio Valori, oggi della famiglia Tempj, nominata il Barone. A quel punto della strada maestra, d’onde si comincia a scoprire M. Murlo, giunse la compagnia che conduceva Niccolò cogli altri prigioni, l’indomani della loro partenza di Gavinana quando, già tramontato il sole da una mezz’ora, si spandean per l’aria i tocchi delle campane, che ora di qua, ora di là, nelle circostanti terre, sonavan l’avemaria. Quali pensieri sorgessero ne’ cuori de’ nostri afflitti all’udir quel suono, può immaginarlo chi è capace di sentir la soave ed affettuosa bellezza di questi versi:

Era quell’ora che volge il disio
De’ naviganti, e intenerisce il cuore
Lo dì ch’han detto ai dolci amici addio.