E che ’l novello pellegrin, d’amore
Punge, s’egli ode squilla di lontano
Che paja il giorno pianger che si muore....
Ed all’orecchio dei nostri traditi quel suono dovea sembrar compianto di ben altre sventure!
Camminavan taciti, stanchi, il vecchio e le donne più degli altri, per la lunga via, per il materiale disagio, e per le agitazioni del cuore; e da quelli che li conducevano eran tenuti scostati gli uni dagli altri, cosicchè neppure avean il conforto reciproco degli sguardi e delle parole.
Troilo, che veniva indietro con messer Benedetto, parendogli giunto il tempo di separarsi, si fermò con Selvaggia, e, dato un cenno del quale era d’accordo co’ suoi uomini, si fermarono anche costoro tenendosi in mezzo Laudomia, Lamberto, Maurizio, Bindo e Fanfulla; Niccolò, la Lisa e M. Fede proseguiron, senza avvedersi di nulla, verso Firenze, ed il Nobili, punto il ronzino, presto gli ebbe raggiunti.
Troilo, che non voleva i suoi prigioni sapessero ov’eran condotti, avea dato a Michele gli ordini opportuni, cosicchè non appena fermati, ebber bendati gli occhi; furon fatti smontare (salvo Laudomia alla quale si contentarono di coprir gli occhi) ed i loro cavalli venner condotti da uno di que’ ribaldi alla truppa che andava innanzi con Niccolò. A queste operazioni, che non presagivan nulla di buono, i prigioni non fecer contrasto, non opposer difesa. Che potean essi fare? Avean le braccia strette sul petto da funi avvolte a molti giri, e neppur vollero far allegri i loro nemici con impotenti furori. Tacevano, ed aspettavano la morte, chè al certo credettero si volesse lasciarli scannati in un qualche fosso. Sentirono invece mani che, tastandoli per la persona, tentavano le funi, ne stringevano e raddoppiavano i nodi. Coi capi delle corde vennero poi legati tutti insieme, due innanzi, due dietro: una voce gridò camminate! e s’avviarono. Michele conduceva a mano il cavallo di Laudomia. Alcuni uomini della compagnia eran rimasti per ajutare questi apparecchi: finiti che furono, Troilo gli licenziò, e anch’essi se n’andarono e raggiunsero i primi.
Troilo co’ suoi, giunti dopo un cinquanta passi al ponte alle Troje (è brutto il nome, ma non è colpa nostra) ove, per condursi al barone, conveniva lasciar la strada maestra, e passato il ponte, prender a mancina per una via stretta, Troilo, dico, ordinò a Michele che, fermati i prigioni, desse loro due o tre giravolte, onde perdessero la direzione, ed il medesimo fu fatto al cavallo di Laudomia. Poi rimessisi in via, dopo un’ora di cammino giunsero al cancello della villa. Era notte chiusa affatto.
Due grossi mastini udito il calpestio si gettarono con furore alle sbarre ringhiando e latrando, ma una figura comparsa di dentro entrò tra loro e ’l cancello, li cacciò a calci, dicendo, con voce bassa e concitata «Alla cuccia Grifone!...in casa subito. Alano!» ed i cani brontolando nella strozza pur si ritrassero. Fu aperto il cancello, entraron tutti, ed i bendati udiron il suono tronco e sonante de’ battenti che si richiudevano. Seguitarono innanzi, ed intanto Troilo e Selvaggia si fermarono con quello che gli avea introdotti; custode ora della villa, malandrino un tempo, salvato dal padrone dalla taglia del capo.
—Benvenuto Signoria! disse costui, messer Baccio m’ha mandato un uomo apposta per avvisarmi che voi venivi, e ch’io v’avessi ad ubbidir in tutto. Comandate dunque. Io intanto ho apparecchiato il meglio che potevo. Ma in questi luoghi c’è da star male. V’adatterete.—
—Eh! di poco abbiam bisogno.... Oh! prima di tutto, come ti chiami, valentuomo.—