—Uomo più comodo non si potea trovare a stamparlo apposta, disse Troilo avviandosi, preceduto dal custode che gl’insegnava la via. Michele cogli altri, non conoscendo i luoghi, s’era fermato aspettando su un pratello avanti la villa; raggiunto da Troilo e da Selvaggia, si disposero finalmente ad entrare in casa.

Ma qui, non per la smania delle descrizioni, ma per l’intelligenza di quanto abbiamo a narrare, bisogna dir qual fosse questa villa, o castello, che lo vogliam chiamare: come ognun sa, le ville di que’ tempi avean dell’uno e dell’altro.

La pianta dell’edificio era un quadrilatero più lungo pel verso della facciata che sui fianchi: voto nel centro, ov’era il cortile circondato da un portico: in un angolo, il pozzo con due colonnelli di sasso, ed un architravetto in traverso dal quale pendea la carrucola. La facciata, tutta di dadi di travertino, non avea che poche finestre a grandi distanze, con ferriate di rete così stretta che vi sarebbe passata una mano malvolentieri. Al portone, alto un uomo e mezzo da terra, si saliva per quattro rami di cordonata che s’intersecavano, e sui quali crescevan vigorose ed intatte ortiche, pruni e mill’altre erbacce: la porta di quercia, tutta vestita di piastra di ferro, fermata con grandissimi aguti, al di sopra verticalmente una torre poco più alta del resto della casa, e la cima d’ambedue guernita d’un ballatojo retto da archetti e coronato di merli ghibellini.

Entrando, vaneggiava sul capo l’interno della torre, e dall’alto, ov’era un soppalco, avrebbero all’occorrenza, potuto i padroni di casa fare a loro grand’agio la chierica a chi intendesse venirne a loro con una visita importuna. L’aspetto di codesta villa, quantunque trasformato dalle ispirazioni michelangiolesche d’un architetto del 600, serba tuttavia molti indizj dell’antica struttura. La pianta dell’edificio è la medesima: la torre sopra il portone tosata de’ suoi merli, serve all’orologio. I travertini della facciata rimangon visibili ancora sugli angoli, e persino nell’ultima camera del terreno a sinistra è ancora letto e mobile di seta gialla, come se la prescrizione v’avesse dato l’esclusiva ad ogni altro colore. Picchiando poi intorno per le pareti, ci venne udito in un luogo un suono di vôto, Forse era costì il trabocchetto, ma non lo vogliamo asserire.

Troilo, prima d’introdurre i suoi prigioni, volle cogli occhi suoi proprii veder i luoghi; disse a Michele che soprastesse alquanto, chè costoro, bendati e legati, non sapendo se fosser guardati da pochi o da molti, non pensavan a moversi. Lo sbirretto mise a tentone un’enorme chiave nella toppa, che per la ruggine vi si sforzò dentro un pezzo scricchiolando prima che aprisse. Aperse alla fine ed entrò il custode con Troilo e Selvaggia: prese una lanterna, che avea lasciata accesa in un angolo, e volto a man manca salirono quattro gradini ed entrarono nel quartiere che solevan occupare i padroni: dapprima era un’anticamera piena di ritratti di famiglia; quali in lucco, quali in corazza, alcuni in vesta da prete; in una delle pareti una rastrelliera piena d’arme in asta, di spade, e d’arnesi da guerra: poi una gran sala di ricevimento, in ultimo la famosa camera gialla parata di dommasco giallo (per quei tempi era gran lusso) letto a colonne ritorte di noce scuro, e casse e seggioloni e stipi, insomma, mobile di tutta l’eleganza del quattrocento.

Quando v’entrarono videro, al lume della lanterna, svolazzar pel soffitto e per le pareti molti grandissimi pipistrelli. Disse lo sbirretto con istizza:

—Maledetti! escon di qua dentro!... se non voglion chiudere questi sportelli!—

Ed accennò un’apertura nel muro a modo d’armadio, poco lontana dal letto, sotto la quale era un inginocchiatojo. Troilo accostandovisi, s’accorse che non era un armadio, ma piuttosto somigliava ad un pozzo. Su in alto pendeva una puleggia colla sua corda che si perdeva in quel buco, d’onde saliva al viso il vento fresco ed umido che esce dalle cantine, con un tanfo di muffa e di terra umida, e scuotendo così un poco quella corda, udì un picchiar cupo di cosa soda che percuotesse contro le pareti, e pareva venisse di mezzo miglio sotterra. Si volse alla sua guida, che spalancate le finestre badava a cacciar i pipistrelli, e disse sorridendo:

—Qui forse stava l’amico?—