—Ohe maestro! tu ci porti da rodere, e ci lasci colle mani legate! credi tu che noi becchiamo come i piccioni?—
Selvaggia non rispose, ed andò diritto ove Lamberto s’era seduto in terra, pensando muto e disperato a Laudomia, e pregando Iddio che l’ajutasse, la salvasse Egli, dacchè si trovava di non poterla in nessun modo ne ajutar nè salvare.
Selvaggia, fermataglisi dirimpetto, alzò la lanterna tantochè le illuminasse il viso; poi disse:
—Son io!.... Mi riconosci Lamberto?—
A Lamberto, riconoscendola, cadde il cuore in terra: uscì poi di speranza del tutto, ricordandosi qual fosse costei, come si fosser lasciati l’ultima volta, e tutto doloroso, disse in cuor suo:
—Oh Dio! Dio! che Laudomia è in mano di questa furibonda!....—
Non ardì parlare, non sapendo che dirle, e temendo far peggio, e la guardava con occhio pieno d’ansia indescrivibile.
Selvaggia depose in terra la lanterna: intrecciò sul petto le braccia quasi per comprimerne l’ansar frequente che appariva malgrado la corazza e con voce che penetrò il giovane sin nelle midolle, disse:
—Ti ricordi, giovane, di qual amore t’amò Selvaggia dal giorno che ti conobbe?.... ti ricordi, in riva al Po quella notte, con quante preghiere.... e furon umili, Lamberto!.... ti chiese, non amore, chè se ne stimava indegna, ma un pò di compassione?.... Te ne ricordi?.... Gliel’accordasti? No, gliela negasti.... s’adirò Selvaggia? ti maledisse? no. Ti benedisse e s’allontanò, nè più ti dette noja pensando, io non son degna neppur di tanto.... La povera Selvaggia non uscì perciò di speranza. Senza che tu il sapessi, o te ne potessi avvedere, s’informò di te, seppe dove andavi, ti tenne dietro, ma non ti si accostò più mai sino a quel giorno della battaglia, quando vide una picca spinta a passarti il cuore.... e non avevi rimedio sai!.... Te la riparai col petto, ed il gelo di quel ferro che m’entrava nelle viscere mi parve una delizia..... tu eri salvo ed io finivo di patire.... così credei allora.... Disgraziata! non avevo neppur cominciato! Travolta in mare, poi moribonda nella sentina d’una galera... poi nel lezzo d’un ospedale.... poi nel fango d’una strada.... poi a strascinarmi inferma per miglia e miglia... sotto la pioggia, al vento, al freddo.... colla fame.... lo stento.... e sempre avanti, e sempre a sperar in te.... non amore.... lo sai.... te l’ho detto.... ch’io non son pazza quale mi credi.... non amore, ma pietà.... ma una parola, uno sguardo di compassione. Giungo a Firenze, m’adopro, m’ingegno in mille modi; soffro, aspetto.... alla fine ti trovo.... sai come tremavo a cominciar a parlare.... mi pareva essere innanzi ad un Iddio.... e mi facevo piccola... umile... mi mettevo sotto i tuoi piedi.... E tu avesti cuore.... non ti vergognasti d’oltraggiarmi.... Ma come non te ne vergognasti?....—
E la poveretta colle mani tese verso Lamberto, rimase immobile e muta alcuni secondi.