—Tu fai da villan discortese.... ed, alla Croce di Dio, ch’io t’ho a insegnare ad usarmi maggior rispetto.... e bollente d’ira arraffò la spada dal fodero. Fanfulla non si mosse, non mutò viso o colore, non fece atto nessuno, ed in quella Laudomia, retta da Selvaggia, comparve sull’uscio, e gridò:

—Lamberto! vuoi tu farmi morire!—Il giovine s’arrestò, e volgendosi ad essa, rimase in atto umile e confuso.

—A Troilo, proseguiva Laudomia, non sia tocco un capello.... non io te lo comando, ma per mia bocca te lo comanda Iddio.... egli solo conosce i delitti, egli solo può farsene giusto vendicatore. Io perdono a Troilo.... e s’io gli perdono, chi vorrà vendicarsi di lui?.... Usciamo, e tosto, di queste disgraziate mura. Egli rimanga: sia chiuso chè non possa nuocerci.... e quando potrà, non avremo, la Dio grazia, a temer più di nulla.—

Lamberto intanto avea rinfoderata la spada: si accostò a Laudomia, le prese la mano, e disse:

—Angiolo d’Iddio! sarà fatto come tu dici, nè più nè meno.... quantunque un giorno per avventura ce ne potremmo pentire.—

Volto poi a Maurizio, disse:

—Lega costui colle mani dietro le reni, che non si possa sciorre, alla colonna del letto.... e andiamo. Domani, quando verrà gente a disciorlo, noi sarem già lontani, e più di tutto sapremo che abbiam a guardarci di lui.—

Poi volgendosi a Troilo, rimase un momento indeciso, quasi volesse dirgli alcun chè: ma un tratto scrollò il capo con dispregio ed uscì con Laudomia e cogli altri, lasciando il traditore legato in modo, che senza ajuto era impossibile si liberasse.

Giunti appena nell’anticamera, Lamberto s’accostò a Fanfulla, e gli disse, sorridendo e prendendogli la mano:

—Io ho avuto il torto, fratello, non rimaner adirato con esso meco.—