Fanfulla stette in due alcuni momenti: non ci si sapea risolvere parendogli la cosa brutta; dall’altro canto pensava quanto quell’infame meritasse la morte, e più di tutto di quanto pericolo fosse il lasciarlo vivo, ora che alla volontà di nuocere (come avea benissimo conosciuto Maurizio) s’aggiungeva, per la vittoria de’ Palleschi, il potere. Alla fine disse in cuor suo «un traditore di meno, poco danno.... purch’io non ci metta le mani» ed avviandosi su per la scala colla spada sguainata onde cercar di Michele; disse a Maurizio:
—Orsù, io vo a snidar quest’altro.... tu fa quel che il cuore t’ispira.... io non ne vo’ saper nulla... e non ne saprò mai nulla.... e non ti dico nè si, nè no.—
E presa la lanterna che era stata scordata, e ancora ardeva su uno scalino, seguitò a salire zufolando sotto i baffi, e molto contento che si fosse trovato chi, senz’essere rattenuto dalla viltà dell’impresa, levasse pur dal mondo cotanto puzzo, e liberasse l’oppressa casa de’ Lapi da così pericoloso persecutore.
Maurizio, contento anch’esso di far le vendette del padrone, e levargli questo bruscolo d’in su gli occhi, s’avviò alla camera, ove Troilo non restava di tempestare, ed infilzar bestemmie da far venir giù le cappe de’ cammini.
Quand’egli udì metter la mano al saliscendi, credendo fosse Michele, esclamò, schiumando dalla rabbia:
—Tu ci venisti pure, impiccato poltrone! scioglimi di qui ch’io t’ho a....—
Ma in quella l’uscio s’apperse, ed invece di Michele vide entrar lo svizzero con un viso, che gli fe’ correr un freddo tra carne e panni. Anco questi (quantunque la cagione fosse tutt’altra) si sentì scosso alla vista di quel ribaldo.
Lo spavento, la rabbia, il lungo divincolarsi sperando giugnere a sciogliere o strappar le funi, il gridar continuo e disperato, l’avean ridotto a tale che nella persona e nel volto parea più fiera che uomo. Chi avesse voluto rappresentar un’anima condannata alle pene eterne, non l’avrebbe dovuta dipinger altrimenti: sfigurato, rosso, e quasi pavonazzo il viso, molle di sudore, di schiuma, di lacrime rabbiose... metteva paura. E Maurizio ne provò un tal ribrezzo misto di furore, che propose quanto più presto potesse levarselo dinanzi.
Visto il trabocchetto che era rimasto spalancato, fece nuovo disegno. Andò diritto all’apertura: scosse la fune, e conobbe quant’era profonda quella buca. Pose mano alla corda, e cominciò a tirarla su: e tira, e tira, e mai non veniva il capo. Troilo intanto, preso da un tremito, da un orrore indescrivibile per ciò che gli si preparava, avea cominciato a pregare, scongiurare, promettere, s’era gettato ginocchione per quanto gli avea permesso la fune, poi, uscito di sè per lo spavento, avea detto cose orrende, incomposte, senza senso, avea urlato, ruggito, e Maurizio badava a tirar su la fune, non dicendo altro se non: