Oh! ma convien por mente ad una cosa, e questa ci consolerà di tanti danni; ci mostrerà che i patimenti d’un intero popolo non furono gettati, e furon impiegati anzi ottimamente. Servirono a fermare stabilmente le cose di Carlo V in Italia, a mantenerlo in possesso della Lombardia, che per 200 anni potè così dormir in pace tra le braccia della Spagna. Servirono a procacciar per altrettanti ai Napoletani la giusta ed amorevole tutela d’un vicerè Spagnolo. Servirono a far sì, che i soldati dell’impero, senza doversi guardar le spalle, potessero invitarsi talvolta a pranzo alle tavole de’ Francesi, e sfamarsi qualche giorno alle spalle de’ borghesi e de’ contadini Provenzali o della Sciampagna.
Servirono insomma a molte belle ed utili cose; ed ove i Fiorentini le avessero potute prevedere, si può immaginare se ciò avrebbe servito a consolarli; ma per disgrazia non eran profeti.
CAPITOLO XXXVII
Eran sonate le quattr’ore di notte quando Niccolò, circondato dalla sua scorta, si fermava dinanzi ai battenti chiusi di porta al Prato.
La sentinella di guardia sulla torre gridò il chi va là? in tedesco; chiamò nell’istessa lingua il suo capitano, che salito ov’era il soldato, incominciò in cattivo italiano un dialogo con messer Benedetto, ed a grandi stenti riuscì pure a capire esser costoro quelli ai quali avea ordine da Malatesta d’aprir la porta a qualunque ora fossero giunti.
Dopo un poco la porta s’aprì lenta lenta: entrò la compagnia, e passando tramezzo ai lanzi s’avviò verso borgo Ognissanti.
In 90 anni di vita era stata questa la prima volta che Niccolò avea udito soldati a guardia delle porte di Firenze parlar lingua barbara e ignota. Se avesse avute le mani sciolte, le sue orecchie non avrebbero ricevuto quel suono, che amaramente lo scosse, come si scuote lo schiavo ad un’improvvisa e dolorosa strappata della sua catena.