Camminarono innanzi per le vie oscure, deserte e silenziose, che davano a Firenze l’aspetto che ebbe forse la Necropoli degli egiziani, la città delle tombe; e giunti in piazza, potè Niccolò vedere il portone di Palagio, le sue scalere, la ringhiera ove si trattavan un tempo le cose del popolo, tutto ingombro di soldati stranieri che dormivano. Questo bestiame spagnolo e tedesco russava buttato sulla nuda terra in mille diversi e strani atteggiamenti.

Lo scalpitar de’ cavalli non ne destò pur uno; e la brigata traversò la piazza. Poi per Condotta e Badìa si condusse finalmente al portone del Bargello.

Anco qui convenne far risentire la gente di dentro. S’udì presto rumoreggiare nella guardiola de’ birri, posta di fianco all’entrata, poi un suonar di chiavi, un correr di chiavistelli, e finalmente il cigolar de’ cardini sui quali, aprendosi, girava il portone. Niccolò scavalcato, venne messo dentro, consegnato al bargello che era venuto in persona a riceverlo, dopo la qual cerimonia, la scorta e messer Benedetto se n’andarono, i battenti si richiusero, e i chiavistelli ritornarono a luogo.

Niccolò si guardò intorno, e non vedendo quivi nessuno di coloro che erano stati presi con essolui, parte si riconfortò. Pure gli sorse in cuore il pensiero delle figlie, il desiderio di sapere come fosser capitate, ne dimandò con istanza a quelli che gli stavano attorno; nessuno rispose. Il povero vecchio conobbe con chi aveva oramai a trattare, e non replicò la domanda.

L’antico e venerando cittadino della repubblica, l’anima più nobile e generosa che fosse in Firenze, si trovava ora sottomessa a quell’impura e degradata razza (simile sempre a sè stessa in ogni età e sotto tutti i modi di principato) per la quale tener chiusi gli uomini, tormentarli e darli poi alla fine in mano al boja, è un modo come un altro, e talvolta miglior d’un altro, di guadagnarsi il pane. Per essa, chi ha posto il piede sul funesto limitare del carcere, sia colpevole od innocente; sia un ostinato assassino od un involontario omicida, abbia sull’anima un parricidio o l’abbia pura d’ogni delitto; per essa, dico, è tutta una cosa. È un prigioniero, e d’altro non si mette in pensiero. Pianga o rida, si disperi o sia rassegnato, poco le importa.

Vien in mente al mastino che dal beccajo è lanciato a fermare un vitello fuggito, se si dorrà sentendosi traforar l’orecchio dalle sue zanne?

Eppure questa gente, per la quale l’incapacità di sentir compassione è, sto per dire, condizion necessaria dell’esistenza, si sentì scossa alla vista di quell’augusto vecchio; se non fu propriamente pietà, fu almeno maraviglia che andasse tant’oltre la vendetta papale.

—Metteva conto, disse un di costoro, durar tanta fatica per aver in gabbia codest’ucello!.... poco potea volar lontano, a ogni modo.—

Ed intanto tastava Niccolò per tutta la persona, onde toglierli l’arme se n’avesse avute. Frugandogli poi in tasca, prese i pochi danari che v’erano e li consegnò al bargello. Lo scrivano di costui notò sul suo registro il nome del prigioniero, l’ora del suo ingresso nel carcere; poi l’avviarono su per lo scalone esterno, che ancora oggigiorno si vede nel lato destro del cortile.

Se Niccolò nel salire v’avesse calato uno sguardo, avrebbe potuto vedere nel centro dello spazzo un ceppo quadro e massiccio, sul quale la mannaja era posata in traverso: le lastre del pavimento all’intorno lorde di larghe macchie oscure, sulle quali luccicava riflesso il raggio d’un torchietto affumicato che un birro portava innanzi: avrebbe forse indovinato di chi era quel sangue, che ora i cani potevan lambire, e scorreva pur poche ore innanzi nelle vene del penultimo gonfaloniere della repubblica.