Ma la nefanda vista non cadde sott’occhio a Niccolò, che levava in alto lo sguardo, affissandolo ora sul Marzocco che adorna la spalletta dello scalone, ora alle pareti ed agli scudi scolpiti che le ricoprono, e pensando ai valorosi uomini di cui erano, pensando all’antica maestà di Firenze, si sentiva rinfrancar l’animo e le forze, e proponeva renderle quell’ultimo omaggio che per lui oramai si poteva, mostrandosi a quel passo degno veramente d’esserle figliuolo.
Salì dunque con andare stanco sì, ma non vacillante: fronte grave, ma serena e sicura, e giunto sul pianerottolo su in alto, fu condotto per un andito lungo ad una porta nana ed angusta nella quale, aperta dal carceriere, gli convenne entrar tutto curvo. Era una segreta larga e lunga otto passi, ove da una buca in alto si vedeva un po’ di raggio di cielo tra le sbarre di una grossa ferriata. V’era un lettuccio con un sacconcello pieno di paglia trita, e che serbava l’incavo di chi v’avea prima dormito. In terra una mezzina.
—Vedi se c’è acqua.—
Disse il carceriere ad uno de’ suoi uomini. Quegli guardò, e rispose:
—È piena. Il Carduccio non ebbe sete, bisogna dire: neppur l’ha tocca.—
Niccolò si scosse a quel nome, ed interrogava ansioso:
—Era qui forse?—
—Qui.—
—Ed ora dove l’hanno posto?—