Erano stati scelti costoro tra’ più sviscerati amatori de’ Medici, o piuttosto tra quell’antica e mala razza, la quale, dacchè gira il mondo, s’è trovata sempre pronta a porre la sua viltà a servigi del partito vincente.

Era tra essi Baccio Valori (Dio ti benedica le mani, Cosimo de’ Medici!) v’era messer Benedetto de’ Nobili, degli altri non accade dire.

Il presidente, volto all’accusato, l’interrogò:

—Il tuo nome, l’età, la patria?—

E Niccolò con voce sicura

—Niccolò di messer Cione de’ Lapi, del popolo di S. Giovanni, gonfalone del Leon d’oro, di anni 91.—

—Messer Benedetto, leggete l’accusa.—

S’alzò il Nobili, e tolto dalla tavola un foglio, lesse con volto, in apparenza compunto, le seguenti parole:

«In Nomine D. I. C., ac Beatiss. V. Mariae. Amen (ed il ribaldo chinò il capo sin quasi sulla tavola che avea dinanzi), Hoggi addì..... agosto 1530, è comparso dinanzi agli eccelsi signori Otto di Balia della ciptà et repubblica di Fiorenza, Niccolò di Cione de’ Lapi, et accusato come per infrascripti testimonj, d’avere

I.o Sollevato et aggirato il popolo con frodi et macchinazioni, a danno et vituperio di questo Stato, intromettendosi clam, seu palam, nelle deliberazioni e nelle pratiche de’ magistrati per contraddire che la sopraddetta ciptà et repubblica di Fiorenza non iscendesse alle giuste et honeste conditioni domandate da S. B. papa Clemente VII per l’ill.ma casa Medici, e pei cittadini Palleschi che aveano avuto bando di rubelli dopo il 1527, et essere stato cagione principalissima che si prolungasse la guerra con infiniti danni della ciptà et del contado.