—E vorreste ch’io pensassi a difendermi? No, non parlo per salvare il mio capo: cada pure, e Dio volesse fosse caduto assai prima! non avrei veduta la rovina di questa santa ed altrettanto disavventurata patria, nè tanti tradimenti, nè tanta viltà.

—Ma parlo per l’onor di Firenze, perchè sempre, sinchè avrò libera almeno la lingua ed il respiro, sinchè mi lascerete vivo, non udrò mai vituperare e calunniar questo assassinato popolo, senza ch’io levi il grido in sua difesa.—Io non l’ho nè aggirato nè sollevato con macchinazioni, nè ho turbate le deliberazioni o le pratiche: ma in casa, in chiesa, in piazza, per tutto, a viso aperto (come ha parlato sempre Niccolò) l’ho confortato alla difesa della sua libertà, e me ne vanto: chè Firenze è stata sempre città libera e di sua ragione, ed i Medici e loro consorti, essi con macchinazioni e frodi tentarono sottometterla, e se ne furon cacciati, fu fatto loro il dovere: ora ritornano armata mano a calpestarla; Iddio l’ha consentito pe’ nostri peccati, ma l’infamia di traditori alla patria starà eterna sovr’essi e non su noi.

—Gli ori e gli argenti delle chiese furon usati, ed avevam potestà d’usarli dal papa stesso, che l’aveva concesso prima del 27 in defensione dello stato de’ Medici. O non è lecito adoprar que’ tesori ad uso profano, e neppur allora non dovean porsi a discrezione de’ laici; o è lecito, e furon adoprati santamente a sollevar la miseria e salvar la vita a migliaja d’innocenti che morivan di fame.

—Dell’arsione di Careggi non parlo; ciò varrebbe soltanto a mia particolar difesa, ed io non curo difendermi.

—Ma parlo bene, e protesto alla faccia di Dio e del mondo, contro le vituperevoli bestemmie ch’io ebbi pure ad udire in offesa del santo martire Fra Girolamo Savonarola, che non vi basta aver morto, non vi basta averne disperse e battute in Arno le ceneri, se colle calunnie non lo vituperate. E vi pensereste forse che vi venisse fatto? Che non fosser note ed aperte al mondo le ribalderie, le frodi, le false accuse colle quali procuraste la sua rovina voi Palleschi, cui facean vergogna le sue virtù, le sue sante esortazioni? Che non sappia ognuno come fu falsato il suo processo? Come ser Ceccone, notajo, che fu istrumento di queste abbominazioni, per giusto castigo di Dio morì disperato? Ed una scomunica fondata sulle calunnie avrebbe a tenere?.... Io non prestai alle reliquie del santo martire culto che non si convenisse, ma le tenni in casa con quel rispetto che era dovuto alle ceneri d’un santo, chiarito tale da miracoli, in vita e dopo morte operati.—

Messer Benedetto a queste parole sciolse l’involto che era sulla tavola, ne trasse la tonaca ed un sacchetto di seta trapunta d’oro ov’eran le ceneri, e mostrandola a Niccolò, disse:

—E’ basta che tu riconosca queste cose esser tue, e quelle medesime che tu tenevi in camera in una nicchia, con accesa una lampada dinanzi; quello che si debba inferir poi di codesto culto, e della validità della scomunica no’ lo sappiam ben noi.—

—Sì, ch’io le riconosco, e son mie, disse Niccolò prendendole e baciandole con impetuosa effusione d’affetto, e ringrazio Iddio che mi porge occasione di confessare a viso aperto il suo profeta innanzi a voi suoi nemici! di confessare la patria innanzi a voi che l’avete assassinata e tradita! Chi ero io, povero vecchio, da meritar di morire per cause cotanto sante ed onorate? Ora fatemi il peggio che voi potete, trionfi potestas tenebrarum, ma sappiate che Niccolò solo, inerme, prigione in mezzo a voi, v’ha compassione, e che a voi toccherà un giorno portargli invidia. Io dico e te, Baccio Valori.—

Disse alzando la mano e la voce verso di lui, che mezzo sbigottito si scosse.

—Io dico a te! verrà il giorno che la morte di Niccolò ti farà invidia: e non ch’io t’imprechi alcun male per quel che tu mi fai ora, chè liberamente ti perdono, ma non perdona Iddio a chi fa alla sua patria quello che tu facesti!—