Il vecchio non rispose, e cominciò a recitar il versetto «Domine adjutor meus ecc.»
Il Nobili accennò ai ministri, e questi ravvoltasi meglio la fune alle mani piegarono le ginocchia lasciandosi andar di tutto peso.... Le braccia dell’accusato gli corsero su per le schiene, i muscoli del petto stirati con violenza gli s’avvallarono tra costa e costa, perdè colle piante la terra, e rimasto sospeso s’aggirò un momento colle ciglia e le labbra strette, ma senza mandar un gemito. Rimasto così alcuni secondi, fu riposto giù.... ma non ci regge l’animo dir più oltre di questa barbarie, della quale per secoli furono vittime tante migliaja d’infelici, e se più crudele o più pazza, sarebbe difficile definirlo. Basti dire che l’innocente vecchio soffrì la fune tre volte, e la fortezza dell’animo potè tanto sulla natura che non rallegrò i suoi nemici nè d’un grido nè d’un lamento: ed alla fine, doloroso e languente, ma costante sempre, fu di nuovo portato, più che condotto, nella sua segreta.
CAPITOLO XXXVIII
Quando Niccolò fu lasciato, si può dir, semivivo, sul lurido saccone che gli serviva di letto, era già fatto giorno da un’ora. Rimase come lo aveano posto; chè quel misero corpo era oramai divenuto un peso inerte, e privo d’ogni forza; gliene fosse pur rimasta, il minimo atto, il più lieve moto avrebbe resi insopportabili gli acerbi dolori che lo tormentavano per la sofferta tortura. Ma neppur questi patimenti poterono prostrare quell’anima riconfortata dalla celeste visione che in sogno avea creduto avere, e dal pensiero ch’era ormai presso al termine di tante miserie.
Al silenzio della notte era succeduto colla nuova luce quel confuso e continuo rumore che s’ode in una città desta, e che penetrava pure in quella segreta per l’alta e piccola finestra, munita d’una ferriata fitta, e d’una tramoggia al di fuori.
Tra quel rumore, tra quel ronzìo confuso, che era un misto di voci e di schiamazzi lontani, dell’andar de’ carri, dello scalpitar de’ cavalli, del picchiar delle arti per le botteghe, parea talvolta a Niccolò udire un bisbiglio più forte, come d’una frotta di uomini che passasse sotto le mura del bargello, ed un tratto levarsi il rumore, col maladetto grido: Palle, Palle!.... muojan i Piagnoni! urlato dalla più vile canaglia di Firenze; poi tra mezzo qualche voce sonora e di comando profferir parole tedesche, ovvero spagnole, chè tutte le strade all’intorno eran, per sospetto del popolo, stivate di soldatesche straniere.