L’ore intanto passavano. Il sole cominciava a volgersi verso l’occaso, e Niccolò era sempre solo nella sua prigione senza sapere nulla ancora della sua sorte, senza gli ajuti ed i conforti che sogliono pur concedersi ai condannati.
Ma non tutti l’aveano abbandonato; ed in quell’ora appunto v’era chi si disponeva incontrar ogni rischio per adempiere a ciò che in cotali occasioni comanda la virtù, l’amicizia e l’onore.
Ove si tratta di rischi non s’aspetterà forse il lettore trovare il nome di Fra Benedetto, del superiore di S. Marco, di quello che dal primo capitolo di quest’istoria avea fatta così trista prova del suo coraggio. Eppure egli stesso, saputa appena la presura di Niccolò, risolse voler esser quello che l’ajutasse, e gli fosse vicino, e gli porgesse, nell’ultime ore del viver suo, i conforti della religione, fatti più soavi dal lungo abito d’una confidente amicizia. La fama, che in modo cotanto veloce ed inconcepibile sparge talvolta la notizia de’ fatti, avea divulgata la voce del tradimento di Troilo, ed il povero frate, ricordandosi d’aver egli consigliato Niccolò d’accettarlo in casa, si rammaricava pensando «Io son cagione della sua rovina!»
Questo pensiero, il pensiero d’adempiere un dovere, il desiderio di compensare in qualche modo quel male che stimava aver fatto, vinsero ogni altro rispetto, superarono ogni timore nel cuore del semplice vecchio, tanto è vero che la virtù e la più valida e sicura potenza dell’uomo! Fatta una breve ma calda preghiera a Dio che l’ajutasse e gl’infondesse quella forza e quell’ardire che per sè stesso sentiva di non avere, prese il suo bastoncello ed uscì dalla cella. Andò a quella del sottopriore, gli palesò il suo disegno, gli lasciò l’autorità sua pel caso che non avesse a tornare, gli disse pregassero per lui, esso ed i suoi frati, e raccomandandogli il convento, l’osservanza delle regole, la reciproca carità, esortandolo a soffrir con fortezza le tribolazioni presenti, prese commiato dicendo: «ricordatevi di me nelle vostre orazioni.» Il sottopriore volle accompagnarlo insino alla porta del chiostro, e mentre v’andavano, parecchi frati si unirono a loro, tantochè giunti alla porteria, molti s’offerivano e facevan forza per accompagnare il loro superiore. Ma egli non volle; ringraziò ed abbracciò tutti, e disse:
—Sarà di me quel che Iddio vuole, ma l’andare in molti darebbe nell’occhio, e sarebbe talvolta cagione di peggio. Ora apri (disse al portinajo) ed andiamo col nome di Dio.—
Il portinajo penò assai prima che avesse tolte tutte le stanghe ed i chiavistelli che sbarravano ed afforzavano il portone; quando fu a volgere l’ultima chiave, guardò per una finestrella se in piazza fosse sospetto di nulla, alla fine aperse, e mentre Fra Benedetto varcava la soglia, gli prese la mano e gliela baciò, dicendogli:
—Voi fate opera santa e non vi mancherà l’ajuto di Dio.... Dite, vi prego, a messer Niccolò, che si rammenti del povero portinajo, chè anch’io prego per lui, e quando sia tra’ beati, preghi egli Iddio per me.—
Fra Benedetto se n’andò, raccomandando richiudessero bene; e prima d’ogn’altra cosa pensò andare a casa i Lapi per vedere se niuno vi fosse della famiglia, concertar con essi il modo di giungere insino a Niccolò, o fors’anco condursi a lui in compagnia d’alcuni di loro. Prese per la via Larga, che da capo a fondo vide pressochè vota, e que’ pochi che camminavan per essa, erano uomini dell’ultima plebe, ovvero soldati. Le botteghe tutte a sportello, chè era un male starvi in que’ giorni a Firenze, tanto più nelle strade solitarie e fuor di mano. Il povero vecchio se n’andava muro muro effrettando il passo quanto glielo permettevan l’età e le forze; e per dir il vero gli tremava il cuore come una foglia. Giunse al palazzo Medici, ora Riccardi, e vide il portone preso da una guardia di lanzi, e via innanzi sempre lungo il muro, facendosi piccin piccino quanto poteva. Udì qualche sghignazzata tra que’ soldati, qualche motteggio, qualche villania forse mandatagli dietro, ma parlavan tedesco e non intese che gli dicessero. Sulla piazzetta di S. Giovannino, ove alloggiava il grosso di costoro, ne eran molti, non meno che innanzi alla portiera del convento, ma neppur qui gli avvenne nulla di male, e per via de’ Martelli, poi per S. Giovanni, si trovò finalmente presso il portone de’ Lapi.
Era aperto, ma vi stava di guardia un soldato col suo archibuso in ispalla, appoggiandosi colla destra sulla forcina posata in terra. Fra Benedetto sentì un momento quasi venirsi meno ogni ardire di passar presso a quel brutto ceffo, abbronzato come una vecchia pentola, con certi baffi che dai due lati si rizzavan fin sopra le tempie: pure, facendosi animo e pregando Iddio d’ajutarlo, venne innanzi, e guardando il soldato quanto più pietosamente poteva, quasi per impetrarne il favore, rimase un momento sospeso, osservando se era da tentare il passo. Per fortuna il soldato era spagnolo: e gli Spagnoli in quei tempi (l’età dell’oro dell’Inquisizione) non potean vedere la tonaca d’un domenicano senza sentirsi quel certo brivido che a giorni nostri prova, verbigrazia, un mariuolo alla vista d’un’uniforme di giandarme. Per la qual cosa costui, senza molto scomporsi, fece però più che altro, riverenza a Fra Benedetto, e tirandosi da un lato gli sgombrava l’entrare.
—Non sempre l’apparenza dice la verità, pensò questi passando innanzi; e gli sovvenne in quel momento di Fanfulla, che con quel suo terribil viso era pure un uomo dabbene. Ma ben altri pensieri l’assalsero appena fu dentro, e visto l’androne e il cortile pieno di forzieri, di casse, di masserizie, e scrivani con registri che una ad una le notavano, viste andar in volta ed affaccendarsi facce di mal augurio, che avean viso di birri, o dipendenti dal bargello o dal fisco, conobbe che quella disgraziata casa era sottoposta ad un saccheggio legale, per la confisca pronunciata dalla Balia sui beni, com’essi dicevano, de’ rubelli.