—Già abbastanza son infelici costoro. Oh, la ragion di stato!... ell’è pur la terribil cosa!...—

—Iddio vi tenga conto di questa vostra umanità; ora dunque siate contento darci un de’ vostri uomini che ci accompagni.—

—Oh, ser Cecco, disse accennando ad un ometto sparuto, e mal in arnese, fate motto.... Andate con costoro, e procurate che possano entrare da Niccolò. Se qualcuno facesse opposizione, valetevi del nome mio.—

Ottenuta questa licenza, si mosse il Frate colla Lisa e la loro guida: passando sotto l’androne per uscire in istrada, vide in terra buttato tra un monte di robe anco il ritratto di Fra Girolamo, e s’accorse che per ischerno, l’aveano imbrattato tutto col carbone, e fategli le corna ed altre insolenze e sporcizie; ne torse gli occhi con dolore, e affrettando il passo, gli parve mill’anni trovarsi fuori di quel luogo di tanta desolazione.


CAPITOLO XXXIX.


L’ira alla quale s’era lasciato trasportare Niccolò contro il Nobili, e le rigorose parole usate con esso, le ripensava l’afflitto vecchio nell’amarezza del cuore, dolendosi di non aver saputo raffrenar quell’impeto, quando l’appressarsi della sua ultim’ora, avrebbe dovuto più infondergli la mansuetudine e la pazienza.

Raccolse i pensieri, e procurando dimenticare quella dolorosa scena, tutti li volse a Dio chiedendogli perdono del suo errore; offerendogli il desiderio, se non altro, di perdonare a chi avea procurata la rovina di Firenze, e pregandolo volesse per sua misericordia purgarlo in quegli ultimi momenti d’ogni lievito d’odio gli fosse rimasto nel cuore.