Così a poco a poco gli venne pur fatto di calmarsi, e stette a questo modo insin che sonarono in Palagio le 22 ore. Udì allora nell’andito vicino un rumor di passi e quel suonar di chiavi che tanto di frequente ferisce l’orecchio de’ poveri prigionieri: poi sentì aprirsi la toppa della sua segreta, scorrere i chiavistelli, e finalmente spalancato l’uscio entrò un uomo, che dalla cappa scura e da una medaglia che avea al collo con suvvi il giglio fiorentino, conobbe essere il cancelliere della Balia. Cinque o sei birri e tavolaccini l’accompagnavano, e fecero cerchio intorno al cancelliere suddetto, il quale, volto a Niccolò, gli disse, usando le parole che si costumavano in quella trista occasione:

—Niccolò, assai mi pesa di doverti annunciare ciò che è pur mio ufficio annunciarti, che per partito vinto di tutte fave nere dell’eccelsa Balia del popolo Fiorentino, tu sei condannato nel capo, quale ti sarà mozzo questa notte ad ore sei nel cortile del bargello. Così il nostro Signor Jesù Cristo abbia in pace l’anima tua: Niccolò, rispondimi, hai tu inteso? affinchè costoro possano farne testimonianza.—

—Io ho inteso.—

Disse il vecchio, che a quell’annunzio non diede col volto, nè in tutta la persona, segno veruno di alterazione: poi soggiunse tosto, parlando con tranquillità, ma al tempo stesso in modo grave e solenne:

—Non per me, ch’io accetto volentieri questa morte pe’ miei peccati, ma per salvare i diritti de’ cittadini e di Firenze, e la fede de’ patti giurati, quale si falsa e s’offende ora nella persona mia, protesto e dichiaro irrita e nulla questa condennagione.—

Que’ birri e quel cancelliere, che avea di birro tutto fuorchè il vestire, e che non s’impacciavan d’altro, che del loro ufficio, e non intesero o non badarono alla protesta di Niccolò, che scambiarono colle solite dichiarazioni d’innocenza di tutti i condannati, al momento in cui vien loro annunciata la morte. Lo fecero alzare senza maltrattarlo, nè usargli gran riguardi o mostrargli compassione, ma coll’indifferenza che s’acquista in ogni mestiere a forza d’abitudine; ed ajutandolo, chè s’avvedevano mal potea reggersi in piedi e camminare, lo condussero passo passo insino alla cappella.

Dal 1260, quando il palazzo del bargello serviva a’ Priori, ed essi udivan la messa ogni mattina in questa cappella, non era stata mutata in nulla, e si manteneva nella sua divota e venerabile antichità. Era un rettangolo coperto da un’ardita ed elevata vôlta, che quattro spine rilevate, innalzandosi dai capitelli di sottili colonne poste agli angoli, tagliavano in quattro parti, incontrandosi nella sommità, ove, a guisa di chiave, era lo scudo fiorentino di parte Guelfa. Le spine eran dipinte a liste in traverso rosse e bianche: i campi d’un azzurro annerito omai dal tempo e dal fumo de’ ceri, sparso di stelle d’oro. Di faccia all’ingresso, l’altare con un Cristo crocifisso grande al naturale di legno nero, coperto sino a mezza gamba d’una tunica o clamide oscura ricamata d’argento, come il Volto Santo di Lucca: da ciascun de’ lati due ceri accesi, le mura tutte dipinte per mano di quegli artefici che ornarono il camposanto di Pisa, Buffalmacco, Gaddi, Tafo ec., ma per esser affumicate poco più si vedevano le loro pitture. La luce riflessa dal sole cadente (dritta non potea giungervi) ravvivava i colori dell’invetriate dipinte di due finestroni, e penetrando nell’interno della cappella vi spargeva una tinta misteriosa ed incerta nella quale spiccavan soltanto i lumi dell’altare.

Vicino a questo era già radunata la compagnia della Misericordia: quattro giornanti ed un capo guardia, coperti di loro cappe nere colla buffa calata sul viso del quale gli occhi solo apparivan per due buchi tondi. Aveano appoggiato al muro in un angolo un lor crocifisso grande, portatile però, sul quale un archetto confitto nel braccio superiore reggeva un drappo nero impresso di due croci bianche.

Quando entrò Niccolò sorretto da’ birri, i fratelli attendevano a recitar i salmi del vespero a voce bassa. Appena lo videro si mossero tutti ad incontrarlo, e levatolo di mano a que’ ribaldi, che tosto se n’andarono all’uscio e vi rimasero di guardia, disse uno di loro:

—Iddio ti salvi, Niccolò, e dacchè egli ti chiama a sè dalle miserie di questa vita mortale, noi siam qui per assisterti e prestarti tutti que’ servigi che per noi si potrà, come è dover nostro, e come vuole la nostra santa regola.—