Narrare le tante vicende che ne seguirono, non fa per la nostra storia. Basterà toccare rapidamente quelle che ebbero più diretta influenza sui destini de’ Fiorentini.
Dopo il trattato di Madrid col quale Francesco I ricuperò la libertà, si conobbe tosto che le sventure ed i poco generosi trattamenti di Carlo V aveano spenta nel monarca francese quella lealtà cavalleresca che lo avea tante volte indotto a spinger la fiducia sino alla credulità, e la generosità sino all’imprudenza.
Non solo trovò il modo di coonestare il rifiuto di cedere la Borgogna secondo l’accordo, ma si fece capo d’una lega contro Carlo V, detta la lega Santa, cui s’accostarono i principali stati d’Italia che la smisurata potenza dell’Imperatore metteva in sospetto.
S’unirono il Duca Sforza, Clemente VII, ed i Fiorentini, i quali dovettero servire ai disegni d’un Papa di casa Medici padrona allora della città. Ma da una parte il Duca d’Urbino capitano dell’esercito della lega, ricordando le ingiurie sofferte da quella famiglia[8] non v’andò mai di buone gambe, dall’altra il re Francesco, mirando solo ad ottener la libertà de’ suoi figli rimasti in Ispagna per istatichi, si valeva degli sforzi degl’Italiani per avvalorare le sue continue istanze presso la corte di Madrid, rovesciando su di essi tutto il peso della guerra.
I collegati s’avvidero presto della sua dubbia fede, e raffreddandosi pensarono ciascuno ai proprj interessi.
Il Papa cui i Colonnesi intesi con D. Ugo di Moncada vicerè di Napoli, avevano assaltato e costretto a rifuggirsi in Castel S. Angelo, conchiuse un accordo pel quale dovette essere il primo a staccarsi dalla lega, e richiamare le sue genti di Lombardia. Queste cose accadevano nel 1526.
Intanto Carlo V ingrossava in Italia. Le soldatesche calatevi con Giorgio di Fransperg s’erano unite a Borbone, e si movevano alla volta di Roma, il Papa preso allo zimbello d’una tregua conchiusa col vicerè credette poter esser sicuro, e licenziò il suo esercito. Ma i soldati di Borbone senza curarsi della tregua o d’altro, presero Roma e le dettero quel sacco memorando che narrammo nel II capitolo.
I Fiorentini allora tenendo Clemente VII per ispacciato, levarono il rumore e dopo aver cacciati, quasi sotto gli occhi dell’esercito della lega, il Cardinale di Cortona, ed Ippolito ed Alessandro de’ Medici, riformarono la città, e ripresero a reggersi a popolo.
Ma il nuovo stato avea poco saldi fondamenti.
Non faceva per Carlo V che i Fiorentini, costanti da così lungo tempo nell’amicizia di Francia, rimanessero in libertà. Il papa voleva ad ogni costo veder prima di morire la sua famiglia stabilita nella Signoria di Firenze; ed i Veneziani, per quella politica creduta sottile dagli Stati italiani, finchè l’ebber poi vista partorire alla spicciolata la rovina di tutti, desideravano, e forse erano per ajutare copertamente lo strazio de’ Fiorentini. Il solo re Francesco avrebbe potuto e dovuto difenderli, ma presto s’avvidero (e molti se ne sono avveduti in appresso) che i Francesi sapeano mirabilmente trarre altri in impaccio per utile proprio, e lasciar poi che n’uscissero come potevano.