L’Imperatore volendo passar in Italia, e riordinarla a suo modo prima di pensar alle cose della Germania, conobbe aver bisogno che qualche principe italiano tenesse dalla sua. Il papa che da molto tempo faceva istanze per ottener pace venne scelto per alleato da Carlo, il quale desiderava cancellar gli oltraggi fatti soffrire dalle sue soldatesche al capo della chiesa.

Mentre si stavano lentamente discutendo i capitoli della pace generale fra Carlo, Francesco ed i loro alleati, l’Europa udì con sorpresa che il trattato di Barcellona avea terminate le differenze tra il papa e l’imperatore, il quale fra gli altri impegni aveva assunto quello di stabilire in Firenze il dominio de’ Medici[9].

Quest’infelice città vide addensarsi il nembo sospeso sul suo capo; e quando il re Francesco ebbe poco dopo firmata anch’esso la pace di Cambrai abbandonando, ad eterna sua vergogna, tutti i suoi alleati[10]; conobbero i Fiorentini che non dovean porre oramai speranza di salute che in Dio, nella giustizia della loro causa, ed in loro stessi.

Ma per potere usar le proprie forze avrebber dovuto esser tra loro d’un volere medesimo.

Invece, le parti de’ Piagnoni e de’ Palleschi[11] inconciliabili per odj vecchi, e per fresche ingiurie tenean divisa la città.

Quelli tra cittadini che eran saliti in riputazione, ed arricchitisi all’ombra della casa Medici, uomini la più parte di buon tempo, amanti de’ piaceri e dello sfarzo; ed anco molti tra i popolani e gli operai cui il largo spendere di quella famiglia facea far grossi guadagni, ne avean veduta con dolore la cacciata, eran presti ad afferrar l’occasione per farla ritornare, e la loro parte, nominandosi dallo stemma Mediceo (sei palle rosse in campo d’oro) era detta Pallesca. Costoro non si curavano della libertà ed amavano meglio il viver lieto, e la licenza di costumi di che godevano sotto il reggimento de’ Medici.

I loro avversarj allievi, per dir così, di fra Girolamo Savonarola, e seguaci della sua stretta dottrina, professavano somma austerità di vita, orrore per gli spassi e pei divertimenti ancorchè leciti, e favorivano la democrazia nel senso più esteso. L’abito d’aver sempre alla bocca massime di morale e precetti d’austerità, e di deplorare continuamente le sfrenatezze del vivere mondano, fu cagione che venisser detti Piagnoni.

Se poi questo zelo per la religione e la libertà fosse sincero in ognuno, o se a molti servisse per mascherare disegni violenti ed ambiziosi, non assumeremo deciderlo. Poichè in ogni tempo i capi di parte hanno scritto sulla loro bandiera «Noi vogliamo religione, libertà, giustizia per tutti» e così hanno trovato chi li seguisse: che invece ad avervi scritto ciò che spesso era vero «Noi vogliamo religione che serva a noi, libertà a noi soli, e giustizia a modo nostro» non avrebber trovato; e quantunque una tal riflessione paja ovvia, gran parte de’ guai del mondo e accaduta appunto dal non averla avvertita.

Il contrasto tra queste due parti era però tutt’altro che palese. I Piagnoni tenevano la città, ed ai Palleschi pareva far molto a potervi stare nascondendo con ogni studio i loro pensieri: ed ottenevano a forza d’ipocrisia di non esser taglieggiati, posti al tormento per ogni piccolo sospetto, e mandati al bargello, o al patibolo.