A quel punto Niccolò, che teneva sulla figliuola fisso lo sguardo, pieno di funesti presentimenti, vide il suo volto, le sue pupille tramutarsi tutt’a un tratto, e cangiarsi, per dir così, in un nuovo viso, come se il primo, a guisa di maschera che si tolga, fosse scomparso.
Il lume della ragione, che già in lei vacillava, s’era a quest’ultimo colpo spento del tutto: il cervello dell’infelice avea dato volta: era pazza.
Rimase immota un buon pezzo, poi stese le braccia come chi per sonno o per accidia si stira, poi rise, e prestissimamente movendo le labbra parea tra se ragionasse, facendo gesti or con una mano or con l’altra.
Niccolò si coperse gli occhi colle mani, e Fra Benedetto, impietosito di lui e della Lisa, diceva con voce alterata:
—Niccolò, ora è tempo di ricordarsi che Gesù Signor nostro, santo ed innocente, patì sulla croce più che tu non soffri in questo momento! Patì anco per te, anco per la povera Lisa. Adoriamo il suo giudizio su questa meschina. Sappiam noi se ciò non sia pel suo meglio? Noi sappiam certo che l’anima sua fu anch’essa redenta dal suo sangue divino.... Da un Dio di tanto amore, come non isperar misericordia? Adoriamo, e chiniam la fronte, e diciamo insieme: «Non sicut ego volo, sed sicut tu.»
Niccolò, che era rimasto sin ora colle mani sugli occhi, ripetè:
—Non sicut ego volo, sed sicut tu!—
E le braccia gli caddero sul lettuccio prive di forza.
Visto poco lungi Fanfulla, che quantunque ricoperto riconobbe all’alta statura, gli accennò, e fattoselo accostare, gli disse pianamente:
—Conducete costei a casa, e Dio abbia di lei misericordia.—