Quella della povera Lisa finisce anch’essa; chè nè la sua famiglia, per quanto lunghe e ostinate ricerche ne facesse, nè alcun uomo di que’ paesi non ebbe più notizia veruna del come fosse andata a finire.

Morì di stento in qualche solitudine ignota? Fu pasto de’ lupi accennati dal Vanni? Lo sapremo il dì del giudizio. Ma se ci vien meno ogni certezza su questi fatti, non ci manca però qualche congetura, e col lettore paziente e cortese, che avendoci accompagnati sin qui possiam oramai considerare come un amico d’antica data, non vogliamo aver segreti nè usar reticenze. Nel 1580, vale a dire 50 anni dopo l’assedio, alcuni cacciatori cercando i gioghi sopra S. Marcello giunsero ad un luogo nascosto tra le rupi aride, pieno di sassi, desolato e selvaggio, ove molte caverne entrano ne’ fianchi del monte senza che si sappia ove vadano a riuscire. In questa solitudine, detta insin ad oggi Macereto (forse per le macerie che l’ingombrano) costoro trovarono una vecchia coperta di vilissimi panni, non però luridi e negletti, come suol portarli chi per mestiere è mendico. I capegli sciolti, e lunghi insino al ginocchio; le scendevano dal capo spandendosi tutt’intorno sulla persona quasi un velo d’argento. Il viso pallido e macilente. Lo sguardo basso e doloroso. Era ginocchioni sull’entrata d’una di quelle spelonche, innanzi ad una croce fatta rozzamente di due rami di castagno tenuti insieme da una vermena di vinco. Non si mosse e non si volse al giunger de’ cacciatori, che fermatisi a considerarla maravigliati e riverenti, udiron che tratto tratto sospirando diceva «Dio mio! Dio mio! Son tanti anni che piango per lui!... Gli avrai tu perdonato?....»

E rimasta muta qualche momento, ripeteva poi la sua preghiera, e sempre colle stesse parole. Ritrattisi costoro s’informaron da’ contadini dell’esser suo, ed udirono che dai più era tenuta una santa, ma nessun seppe dire chi fosse o di dove fosse venuta. Narravano, che dopo aver inutilmente tentato di condurla a vivere nell’abitato, le avean accomodato un po’ di lettuccio in quella spelonca, ed or gli uni or gli altri le portavano di che campare. Un giorno poi finalmente la trovarono stesa sul suo lettuccio, bianca e fredda come un alabastro, e fatti certi ch’ell’era passata, la seppellirono nel campo santo di S. Marcello. Fosse l’esempio di costei, o qualsivoglia altra cagione, si trovò sempre d’allora in poi chi abitasse quella spelonca, ed a dì nostri due povere vecchie vi menan vita romita e selvaggia.

Se costei fosse la povera Lisa, non lo possiamo asserire: posto però che fosse essa realmente quale non dovè essere l’amore di quell’infelice se, dopo tanti dolori, tanti tradimenti, dopo aver tutto perduto, persin il senno, il solo amore per quel traditore le rimase intatto nel cuore, e tanto potente, che insin agli ultimi anni ed all’ultimo respiro, non potendo far altro, pregava e piangeva per lui!...................... ........................

Nei primi giorni d’ottobre, Lamberto, che potea in certo modo dirsi ora mai capo e guida della sua brigata, avea dovuto pensare a levarla di M.e Murlo, ove per la troppa vicinanza di Firenze, e pei sospetti del nuovo stato, vivevano in continuo pericolo. Si condusse con essa a Serravezza, non senza disagio grandissimo per la povera Laudomia, della quale il caso della Lisa avea più che mai dissestata la vacillante salute. Sublime dono dell’anime veramente nobili e virtuose è il mantenersi tranquille e serene anco nelle più terribili prove. Questa pace del cuore che l’invidiosa impotenza degli spiriti volgari scambia coll’apatia, fu cagione che Laudomia rimanesse in vita, e potesse grado a grado ricuperar le forze, e, per così dire, rinascere ad una nuova esistenza.

Nella casa ove s’erano alloggiati, una delle prime entrando nella terra dalla parte di Ripa, stavano tutti assai comodamente, rimettendosi di tanti travagli colla quiete di quella vita intima, domestica e divisa dal rimanente del mondo, che tanto giova agli afflitti, e per ogni uomo è pure il sommo dei beni.... ma a quanto pochi è dato il poterne godere!.... La dolcezza di questo vivere non dovea tuttavia far dimenticare a Lamberto ed a Bindo l’augusto pensiero della patria, le ultime parole di Niccolò ed il giuramento pronunciato da essi sulla sua tomba. Appena ebbero dato assetto stabile alle loro cose, cominciarono a considerare in qual miglior modo l’opera loro potesse giovare al grande intento di restituire a Firenze la sua libertà. Nel primo stordimento di una tanta rovina, i fuorusciti Piagnoni, sparsi per le città italiane, riprendevano a stento la facoltà di sperare e formar disegni per l’avvenire, come allo scoppiar d’un fulmine gli uomini penano qualche momento prima di rivedersi in viso l’un l’altro. Presto però cominciarono ad accozzarsi e parlar tra loro, e corrisponder per lettere, ed ordir quella tela d’imprese spicciolate, deboli, sconnesse, che invece di spezzar le catene de’ fiorentini, le ribadirono. Fu risoluto da’ due cognati, tener dietro e partecipare a qualunque novità fosse per farsi, e deliberarono, che Lamberto rimanesse, e Bindo partisse per visitare le città d’Italia ov’era maggior numero di fuorusciti, e vedendo l’occasione propizia, ne avvertisse il cognato, che non avrebbe tardato a concorrere ove lo chiamassero più santi doveri che non son quelli della famiglia. Bindo partì, ed andò seco Fanfulla, che fatto esperto della vita di frate, non provava nessun desiderio di ritornarvi.

Giacchè siam a parlare di questi due attori del nostro racconto, diremo brevemente, e senza curarci d’anticipar sull’epoche, quel che sappiamo de’ fatti loro, onde non dover poi interrompere il filo di quel poco che ci resta a narrare.

In tutte quante le pratiche, le imprese e le fazioni colle quali i fuorusciti fiorentini tentarono mutar lo stato di Firenze, insino alla presa di Siena nel 1555, colla quale si spense per sempre ogni speranza di sottrarsi al giogo mediceo, Bindo operò con quell’obblio di se stesso e d’ogni utile proprio, con quell’ardire e quella fierezza che lo rendevano vivo e vero ritratto di Niccolò suo padre. Nel 1535 fu a Napoli co’ principali della sua parte, che vi concorsero per domandare a Carlo V l’osservanza de’ capitoli della resa di Firenze.

L’imperatore ascoltò le loro ragioni esposte da Jacopo Nardi (lo storico) in una lunga orazione. Ascoltò la risposta del duca Alessandro. Diede buone parole a’ fuorusciti, e ragione al duca, stipulando tuttavia alcune condizioni, sotto le quali questi potessero ritornare in patria.