La fiera e generosa risposta de’ fuorusciti servirà, insin che duri il mondo, d’esempio a chi si trovasse in somigliante od in egual condizione.
«Noi non venimmo qui, risposero, per domandare alla Cesarea Maestà con che condizioni dovessimo servire al duca Alessandro, nè per impetrar per mezzo suo perdono da lui di quel che giustamente e volontariamente abbiamo adoperato in benefizio della libertà della patria nostra; nè di ritornar servi in quella città, onde non molto tempo innanzi noi siamo usciti liberi, acciocchè i nostri beni ci fosser renduti; ma ben ricorremmo a Sua Maestà, confidando nella giustizia e bontà dell’animo suo, perchè le piacesse di renderne quell’intera e vera libertà, la quale dagli agenti e ministri suoi, l’anno 1530, in nome di quella ci fu promessa di conservare. Ora veggendo noi aversi più rispetto alle soddisfazioni del duca Alessandro, che ai giusti meriti della onesta causa nostra; che non si fa pur menzione della libertà, poca degli interessi pubblici, e che anche la restituzione de’ fuorusciti non si fa libera, ma condizionata e limitata, non altrimenti che se la si domandasse per grazia, non sappiamo altro replicare se non che, siamo noi tutti risoluti a voler vivere e morir liberi, siccome noi siamo nati, e di non macchiar giammai per i nostri privati comodi la sincerità e ’l candore degli animi nostri, mancando di quella carità e pietà, la quale meritamente è richiesta a tutti i buoni cittadini inverso la patria loro.»
Aggiunge il Varchi (dal quale abbiam trascritta, abbreviandola, la detta risposta):
«.....e fu cosa molto notabile che nessuno di loro volle pigliar la grazia che l’imperatore loro fatta aveva per sua sentenza di poter ritornare nella patria loro, riaver i loro beni immobili, e godere quegli onori e quelle dignità che allora godevano gli altri cittadini, ancorchè la maggior parte di loro fuorusciti fosse molto malagiata e povera, ecc. ecc.»
Rotta la via delle pratiche, tentarono quella dell’armi, e (morto da Lorenzino il duca Alessandro) travagliarono Cosimo, primo suo successore, guidati da Piero Strozzi, ardito capitano ed altrettanto disavventurato, il quale ebbe la peggio a Sestino, a M.e Murlo (ove furon presi Baccio Valori e Filippo Strozzi) e finalmente una totale sconfitta dal M.se di Marignano alla giornata di Marciano o di Scannagallo in quel di Siena.
Bindo e Fanfulla, questi vecchio oltre i settanta, quegli uomo sui quarant’anni, che avean per tanto tempo divisa la buona e la cattiva fortuna, le speranze, i timori, i pericoli, amandosi come s’aman gli uomini che abbian battuta insieme cotale strada, morirono entrambi il primo nella battaglia, il secondo la notte innanzi. Di Lamberto, che si trovava con loro, diremo poi narrando le ultime sue vicende.
È dunque giunto il momento di dividerci, e per sempre, dal nostro buono e dabben Fanfulla. Al lettore, che non lo ha trattato ed avuto in cuore siccome noi per tanto tempo, che non può immaginare, per quante glien abbiam dette, qual bontà, qual fede, qual grandezza d’animo fosse sotto quella sua scorza un po’ ruvida e strana, non parrà gran fatto questa separazione. Se così è, mi dolgo per te, povero Fanfulla, che da quelli i quali avrebber saputo scriver meritamente, e far palese al mondo la tua virtù, tu non fosti conosciuto, ed io che ti conobbi non seppi scriverne com’era dovere! E, quel che è peggio, questo rammarico sarà cagione che per raccontar la tua fine io sappia meno che mai trovare stile e parole quali si converrebbero. Eppure, tacerla al lettore, non si può!... Per uscir d’impaccio trascrivo una lettera scritta a Lamberto dal suo servo Maurizio dalla solitudine della Vernia, ove s’era ritirato a piangere la morte di Fanfulla, della quale, come appare dalla sua confessione stessa, egli era pur troppo l’involontaria, ma non del tutto innocente cagione.
Dalla Fernia ha dì 3 Ott.e 1555.