Mie patrone et signore.

«Pofere Maurizie fenire ora con ginocchia in terra et braccia in croce, et domandare pertone, et misericordie at sue patrone, che non meritar, ma pofer Maurizie hafer tanto crando dolori che non più torme, non più mancia, et voler far penitentia semper semper, et haver giurato non mai più pefer fine, et pregar Dio de morir presto, ma non poter morire si sue Patrone non dirà Pofer Maurizie mi hafer pertonate.»

Io hora dirò tutto, tutto, proprio ferità, como è achatuta la cativa disgrazia, che Dio, et messer Lamperte possa pertonare a pofer Maurizie et vedere che non hafer fato cum cativa intenzione.

V.a S.a Ill.a mie pone patrone, ti deve dunque sapere che in la notte prima de la patallia de Marciane mi star con pofer vecchie Fanfulle lontane dal alociamente a far veletta, et mi dire a Fanfulle, Fanfulle mie hafer multo desiderio de confessar mie peccate, perchè mi hafer pensato in sogno dofer morire in patallia de domane, et Fanfulle risponder, mi hafer medesima desideria, ma qui non star prete nè frate, mi allora trovate rimedie et dire, ti confessar io, et io confessar ti, et Idio star contente de pone voluntà nostra[76], et così hafer fato. Mi prima confessare a pone Fanfulle tutte mie peccate che star molte grande et Fanfulle per penitentia dar con manicho da halabarde sopra spalla mia forte, forte, molto forte, et mi dir: paciencia, meritar ancora più forte. Dopo, pone Fanfulle, confessar a mi tutte peccate sue sin da piccole fanciulle che durar più di due hore, che non finiva più, et mi alhora pensare Fanfulla hafer fate molto più ripalterie da pofer Maurizie, dunque meritar penitenzia de manicho de halabarde molto più forte, et hafer dato cum molte grandissima desideria de far pene ad anima sua, et Fanfulle un poco hafer patientia, poi non hafer più, et dare gran colpe at pofere Maurizie et tutte due perder giuditie et prender molta collera et pofere Maurizie hafer cativa desgrazia, che non vedefa alle scure, de dar sopra testa de pone Faufulle che andate in terra et dire «Pone Maurizie ti mandar me in paradise, et mi ringraziare, et pone Fanfulle non folere più dire niente perchè star morto, et mi piangere et piangere et sempre piangere finchè mie patrone non hafer pertonate etc. etc.»

Il corpo di Bindo, morto, come accennammo nella battaglia, fu seppellito onorevolmente. Nello spogliarlo gli trovarono in petto una lunga ciocca di capelli bianchi: eran quelli del padre che avea sempre portati qual segno del giuramento fatto sulla sua tomba. Molli e vermigli del suo sangue attestavano la serbata fede. I contadini che seppellivano il cadavere ebber rispetto a questa memoria e gliela poser sul petto prima di colmare la fossa........................
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Per narrare quest’ultimi fatti siamo stati costretti trascorrere innanzi 25 anni. Dovendo ora far conoscere al lettore le ultime vicende di Lamberto e delle due giovani ci convien ritornare al tempo in cui Bindo lasciò Serravezza.

Dopo la lunga serie di agitazioni, di patimenti e di disgrazie ond’erano state afflitte Selvaggia, Laudomia ed il suo sposo, pareva che finalmente volesse la fortuna conceder ad essi un po’ di riposo. Il loro stato presente, la quiete de’ luoghi ove avean fissata la loro dimora, tutto pareva prometter pace e tranquillità. Ma la promessa era fallace. La tranquillità era lontana ancora da quell’anime travagliate.

Il lettore che troverà, lo temiamo, già assai ben lunga la storia nostra, ci saprà grado che non la veniamo allungando ancora, col descrivere troppo minutamente le costoro passioni. D’altronde egli può immaginarle dagli antecedenti, ed a questo punto basteranno poche parole.

I portamenti della Selvaggia, il suo beneficio era stato tale, che a nessuno, non che a Laudomia e Lamberto, sarebbe potuto venir in pensiero d’allontanarla, o di negarle quel solo guiderdone che era stato scopo di così lunghi e dolorosi sagrificj per la poveretta; il bene di trovar finalmente chi l’amasse. Di questo bene ne godeva pure una volta anch’essa, e vi si beava coll’ineffabile effusione che compensa le anime ardenti di quel soprappiù di dolori al quale son condannate dalla Provvidenza.