Nell’ebbrezza di uno stato così nuovo per lei, parendole aver ottenuto ciò che appena si sarebbe attentata a desiderare, stimò che la felicità della sua vita potesse consistere sempre nel veder Lamberto, e nel goder dell’amicizia e della gratitudine dei due sposi. Tuttociò era il paradiso messo a fronte della vituperosa miseria della sua vita passata. Essa propose non lasciarli mai più. Lamberto e Laudomia l’accolsero, e promisero tenerla sempre come sorella, e tutti e tre stimarono aver fatta una combinazione maravigliosa, e che dovesse riuscire pel migliore d’ognun di loro.

A quanti sbagli è soggetto il buon cuore (che è pur così bella e divina cosa) se la ragione e l’esperienza non gli servon di guida! Questa verità non avrà bisogno di commento per ogni lettore che abbia appena venticinque anni.

Le cose andarono bene per qualche tempo. Ma dopo la partita di Bindo, riducendosi i tre rimasti ad una convivenza più intima e ristretta, provarono a poco a poco nelle loro relazioni reciproche un senso di soggezione, nuovo, più sentito che ammesso, o spiegato dal raziocinio d’ognuno; ma che molto facilmente sarà inteso e spiegato dal nostro lettore.

Selvaggia amava sempre Lamberto: ed il bene di poterlo vedere ad ogn’ora, del quale si teneva paga dapprima, le s’era fatto in appresso quasi un tormento, per la necessità di progresso che è nell’amore.

Nel cuor candido di Laudomia non poteva capire quella gelosia che si nutre di sospetto o di diffidenza, e che avvilisce egualmente chi la prova, e chi ne dà motivo o pretesto. Ma essa non potea illudersi sulla bellezza di Selvaggia, sul senso che dovean produrre le sue sventure, la generosità del suo sacrificio continuo, e la sposa di Lamberto viveva col cuor pieno d’un’ansia timida, indefinibile e dolorosa.

Troppo avveduta per non indovinare quali tormenti soffrisse Selvaggia nel segreto del cuore: troppo amorevole per non cercare ogni via di renderli meno amari, si trovava, quand’erano tutti e tre insieme, a non saper quali modi tener col suo sposo, dubitava sempre apparisse troppo aperta la corrispondenza d’amore ch’era tra loro: le pareva persino talvolta che Selvaggia dovesse odiarla, che l’odiasse; in altri momenti le passava come un baleno per la mente il dubbio che Lamberto potesse o raffreddarsi o mutarsi, e se in ciò prendeva errore, poteva il suo dubbio non parer del tutto fuor di proposito a chi stesse alle sole apparenze.

Nel cuor del giovane non era un affetto, non un pensiero che non fosse per la sua Laudomia; ma appunto perchè tanto l’amava, si faceva severissimo, anzi ingiusto giudice di se stesso, sembrandogli di non poter sentire affetto o gratitudine per Selvaggia senza profanar quell’amore che tutto avea donato alla figlia di Niccolò. Trovandosi colle due giovani temeva di continuo con uno sguardo, un atto, una parola volta a Selvaggia offendere in qualche modo la sua sposa; d’onde un cotale impaccio nel discorso e ne’ modi che potea facilmente trarre in inganno, venire attribuito a tutt’altre cagioni.

Se la convivenza tra persone poste in tali condizioni potesse avere quell’intimità, quella scioltezza che n’è il primo, l’indispensabil pregio, sel pensi il lettore.

Esse avean però trovato un tema di discorso sul quale, quasi su un campo neutrale, potean le loro menti scorrere ed incontrarsi senza la compagnia di pensieri molesti od arcani; e questo tema era la religione.

Lamberto e Laudomia per tendenza inseparabile da tutte le persuasioni sincere e profonde, ponevano ogni studio a procurare che Selvaggia divenisse cristiana, nè costò ad essi troppa fatica risolverla a questo passo. Fu persuasione? Fu desiderio di seguir la medesima fede che professava Lamberto? Fu effetto di quell’irrequieto bisogno di cambiamento che provan le anime appassionate ed afflitte? Iddio lo sa che cosa fu. Fatto sta, che Selvaggia ebbe il battesimo ed accolse in cuore la nuova Fede, seguì le pratiche, i precetti, le idee del nuovo culto, coll’ardore e coll’impeto naturale al suo carattere. Ma se avea mutato culto, non avea potuto al modo stesso mutarsi il cuore.