Fanfulla uscì che non capiva nella pelle per l’allegrezza, ed in un lampo fu in convento.
Colà era già sparza la voce che Fra Bombarda, come lo chiamavano, se n’andava, e sapendone tutti anche la cagione, molti frati, e laici eran pel chiostro curiosi di vederlo partire trasformato in uomo d’arme. Esso appena giunto avea sellato e condotto in cortile il suo cavallo: salito poscia in cella, s’era messe indosso ed accanto le sue armi, e sulla corazza a guisa di sopravvesta, la pazienza di saja nera dell’ordine di S. Domenico che la cintura della spada gli teneva ristretta alla vita. Per conservar del frate quanto potesse, tolse inoltre la corona, e l’appese ad un suo grandissimo pugnale che portava dal destro lato, ed in quest’ordine s’avviò alla cella di Fra Benedetto, chè non gli parve onesto partirsi senza toglier commiato. Udite modestamente le sue ultime ammonizioni, e baciatagli la mano scese in cortile ove trovò i frati che l’aspettavano per dargli la ben andata. Dopo aver salutato gli uni, abbracciato gli altri e stretta la mano a parecchi (questi non furono i più fortunati; tra ch’egli era gagliardo, e tra ch’egli aveva il guanto di ferro, fu lo stesso diletto che sentirsi prender le dita da una tanaglia) si dispose a salire in sella.
Ma s’egli avea sperato che anche al cavallo fossero tornati gli spiriti marziali, dovette presto accorgersi che avea fatto torto alla sua costanza.
Anticamente, non c’era verso di tenerlo fermo alla staffa, ed appena sentiva l’uomo in sella, partiva come uno strale. Ora in vece lasciò che il suo signore salisse molto a suo bell’agio, senza far altro moto che piegarsi tutto sul lato manco ove sentiva il peso. Vi volle un pajo di discrete spronate per farlo muovere, e ve ne vollero delle più gagliarde, affinchè s’avviasse al portone che mette in Piazza, invece di avviarsi alla stalla, come procurava ostinatamente di fare malgrado la briglia che gli torceva il capo alla parte opposta. Pure, come a Dio piacque, dagli, ridagli, tira, alla fine infilò l’androne ed andò al suo cammino, mentre Fanfulla, non restando di punzecchiare, s’andava volgendo salutato, e salutando, finchè potè vedere ed esser veduto.
Pochi giorni dopo, circa alle 6 ore di notte, egli girava per Firenze alla testa di sei alabardieri, cercando e ricercando tutte le strade e tutti i chiassi del quartiere di s. Giovanni, e facendo ciò che ora si direbbe la pattuglia o la ronda, e che allora veniva detta la scolta. Era un tempaccio rotto, come spesso ne porta il novembre a Firenze; freddo, vento, ed acqua a catinelle. Fanfulla non se ne curava; e, per intrattenere la sua brigata, che era di soldati giovani di nuova leva, (anche pensando d’esser egli cagione che facessero un po’ di bene) faceva dir loro la corona così strada facendo. Egli innanzi il primo, e gli altri dietro alla sfilata muro muro per bagnarsi meno.
Non creda però il lettore che i soldati d’allora fossero altrettanti cappuccini, poichè nemmeno i compagni di Fanfulla non pregavano se non pel timore del manico d’un gran partigianone ch’egli aveva in ispalla col quale avea già fatto l’atto di voler spolverare le spalle d’uno di loro che s’era immaginato di far l’ésprit fort.
Persuasi dunque da quest’argomento che, se le regole della versificazione l’avessero permesso, si poteva benissimo includere cogli altri in quel bel verso de’ trattati di logica
Barbara, celarent, dario, ferio, baralipton
camminavano già da un’ora con quel diletto che conosce chi ha dovuto talvolta portar il nome in una brutta nottata d’inverno a sette o otto corpi di guardia.