—Già vi dico il vero, avrete un gran coraggio se vi basterà la vista di dire a messer Niccolò «Son moglie di....» Uh vergine Santissima!... solamente a pensarci.... è un grand’uomo dabbene, non c’è che dire, è un santo, ma quando s’entra su certi particolari, e’ diventa troppo pessima bestia.... è un pezzo che sono in questa casa, e come l’ho veduto io in certe occasioni, non l’avete veduto voi altre, avrebbe fatto tremare il sig. Giovanni. Quando poi ci si mette di mezzo quella diavoleria del Giglio e delle Palle.... allora salvatevi.... che io poi non so capire che domin si vogliano Intendere: quel che so io è, che quando era vivo il sig. Lorenzo, e i Fiorentini gridavano Palle, il grano non istava a sette lire lo stajo, nè il vino a otto e nove fiorini d’oro il barile, come oggi giorno. Del resto, i ricchi e i signori hanno le loro fantasie, ed io in questo non c’entro.... ma volevo dire a proposito di messer Niccolò, e di quando va in furia..... Alla venuta de’ Francesi nel novantaquattro.... voi altre eravate ancora in mente Dei.... que’ caporali dell’esercito, com’è usanza di cotesta nazione, vagheggiavano le belle donne di Firenze: un certo capitano de’ Guasconi, proprio il nemico lo tentò di mettersi a spesseggiare qui sotto i balconi per M. Fiore vostra madre. Un giorno il padrone torna a casa e qui, proprio sul portone, se lo trovò tra’ piedi. Vi so dir che con due parole ed un certo viso che gli fece, il capitano pensò bene provvedersi d’altro alloggiamento. Insomma, badate al fatto vostro.—-
—Fede, lasciami stare, già sono risoluta, e sai che non mi muto.—
—Eh lo so, lo so anche troppo.... Basta, Dio faccia che se ne indovini una: ma da quel giorno che i leoni[24] s’azzuffarono, e fu morta la leonessa, una che è una non ci è più andata bene nè per Firenze, nè qui per la casa. Già l’ho sempre inteso dire a’ vecchi, che per questa città non è il più pessimo augurio.... e jer notte a aria cheta si sentiva sin di qua il ruggito di quel leone grande che venne colla giraffa, quando il soldano mandò a presentare il sig. Lorenzo nell’88... quel povero animale lo saprà ben egli perchè grida a quel modo.—
—Ed anch’io lo so, rispose la Lisa, e te lo dico subito, e’ grida perch’egli ha fame: ora che la carne d’asino vale un carlino la libbra gli toccherà far magro scotto.—
—Sentite, sentite, s’è vero che non finisce mai d’urlare!....—
Le tre donne cessaron in un subito di cicalare; la Lisa fermò la sedia, la Fede rattenne perfin l’anelito, tendendo ognuna gli orecchi. Per l’ora tarda, tutta la città quieta, il lungo della casa alto, e non troppo discosto dal palagio de’ Signori, dietro il quale era il serraglio de’ leoni, s’udiva giunger tratto tratto il cupo e rauco ruggire di quelle fiere, che in quel disagio dell’assedio (la Lisa aveva indovinato) pativan la fame.
Ma mentre le povere donne stavan tutte orecchie ad udir quel ruggito lontano, un suono scoppiò terribile e vicino, la voce di Niccolò, che battendo all’uscio colpi furiosi, gridava:
—Apri, mala femmina!....—