CAPITOLO XI
Tra le molte leggi ed i molti ordini coi quali si reggeva la repubblica Fiorentina ve n’era uno il quale, non ostante fosse stabilito a tutela del viver libero, era non di rado pregiudicevole a quello, e partoriva tutto di pessimi effetti. Questo si chiamava la tamburagione.
Affinchè ogni cittadino potesse avere una via secreta, sicura, e sempre aperta per accusare ai magistrati chi macchinasse contro lo stato, e per togliere al tempo stesso ogni sospetto quando l’accusato fosse possente e temuto, erano ordinate in varj luoghi della città alcune casette chiamate tamburi, sul coperchio delle quali era un fesso d’onde si poteva far passare lettere o carte, e la chiave di tali tamburi era presso i rettori.
Chi voleva far pervenire in mano di questi un’accusa contro un cittadino la buttava in un tamburo (e ciò si nominava tamburare), e rompendo in due pezzi un grosso d’argento ne serbava una metà, l’altra la chiudeva nella lettera onde se in seguito gli fosse venuto bene di farsi riconoscere ne avesse il modo.
Queste tamburagioni produssero mai sempre poco vantaggio, se pure ne produssero alcuno, e spesso furono istrumento alla malignità, all’odio ed alle vendette d’uomini codardi e vigliacchi.
Messer Benedetto de’ Nobili tra gli altri il quale, se il lettore se ne ricorda, avea concertato con Malatesta quanto fosse da farsi per costringere Niccolò ad accettar Troilo per suo genero, s’era tanto maneggiato, che gli venne fatto scoprire ove fosse il bambino della Lisa. Conobbe poter ottenere l’intento molto facilmente per vie della tamburagione.
Scritta perciò una lettera accomodata a questo suo disegno, la gettò nel tamburo posto nel muro del palazzo de’ Signori dalla parte della Dogana, e venne in mano al gonfaloniere Carduccio la sera stessa ove accadder le cose accennate nel precedente capitolo.
La lettera diceva così:
Magnifice Domine