«Avvegnachè sia pervenuta a notizia d’alcuni cittadini amanti della patria e di questo stato popolare esservi chi desidera e procura far novità, e tiene pratiche segrete coi nemici del nome e della libertà Fiorentina, si tengon essi obbligati darne avviso a chi può correre al riparo d’un tanto male.

Sappia adunque la vostra Magnificenza, che si dubita assai da molti sul fatto di messer Niccolò de’ Lapi, e si crede quella sua rigidità contro la parte Pallesca non sia che una vana ostentazione per colorire disegni pregiudizievoli a questo reggimento. La cagione di cotali sospetti sta nel sapersi che molte volte prima che cominciasse l’assedio era messo segretamente in casa sua, di notte tempo e per una loggia che mira sulla via dei Conti, Troilo degli Ardinghelli, rubello, al quale Niccolò ha maritata la Lisa; e per tener nascosto il parentado, dubitando forse non generi sospetto nel popolo, tiene ora un fanciullo nato di questo matrimonio, molto ben guardato in certe camere appartate su in alto della sua casa.

Vi è chi dice d’aver veduto Troilo entrargli di notte in casa anche a questi giorni che il campo è sotto le mura, benchè si sappia esser il sopraddetto Troilo ai servigi del principe d’Orange, e militare coi nemici di Firenze (ciò era al tutto falso, e messer Benedetto lo sapeva meglio d’ogni altro). Ora potrà la V. Magnificenza chiarirsi della verità dei fatti, e giudicar cosa si debba inferire da queste pratiche condotte con tanto segreto, e se faccian ritratto di buono e leale cittadino. A ogni modo non s’è voluto mancare di non l’avvertire a quella quae bene valeat

Il Carduccio rimase senza fiato leggendo quell’accusa. Niccolò, il suo amico, l’uomo sul quale non era mai caduto un sospetto, crederlo un traditore, crederlo soltanto capace di dissimulare, non ci si sapeva indurre. Dall’altro lato la lettera citava fatti così positivi che si potevano così presto verificare!... Stette un momento sopra di se, ma tosto nel suo cuore riuscì vittoriosa la buona opinione che aveva del vecchio popolano, e deliberò mostrargli questa volta quanto largamente si rimettesse nella sua fede.

Si trovava appunto il Ferruccio alla presenza; fatto un piego, ove pose la lettera, e suggellato, lo pregò volesse in suo servigio portarlo tosto a Niccolò, dicendogli queste parole «Il gonfaloniere vi manda questo scritto onde veggiate in qual conto vi tiene.»

Pensò servirsi del Ferruccio e non d’un fante, affinchè qualunque alterazione apparisse sul volto di Niccolò nel leggere una sì enorme accusa, non fosse veduta se non da persona amica e prudente, e così non andasse per le bocche d’ognuno.

Giunse il Ferruccio a casa i Lapi, ed intromesso, non senza qualche maraviglia di Niccolò di vederlo così tosto ricomparire, gli pose in mano la lettera, dicendogli le proprie parole del Carduccio.

Niccolò l’aperse; la lesse, e rimase un momento senza dir parola o far moto nessuno. Poi alzatosi in piedi, e fattosi più presso al lume, colla mano si strofinò gli occhi e la fronte, guardò fisso in viso il Ferruccio come per accertarsi ch’era desso, e ricominciò a leggere il foglio dal principio.

Finita questa seconda lettura, e fatto certo che tutto ciò non era sogno, pensò al primo che non fosse se non una filza di menzogne trovate da’ suoi nemici per iscreditarlo, e fu sua buona ventura, che se avesse pensato ciò poter esser vero, è probabile, colto così all’improvviso, fosse caduto morto. Due o tre volte incominciò a parlare, ma gli s’annodava la lingua in bocca e taceva, finalmente, facendo ogni prova onde non apparisse agli occhi del Ferruccio la tempesta si sentiva nel cuore, lo pregò ringraziasse il Carduccio della sua cortese opinione, ed usando tronche ma amorevoli parole gli diede commiato.