Volto allora a’ suoi figliuoli, che soli erano rimasti, con un’occhiata che li fece tremare, disse con quella voce alla quale alcuno in casa non osava replicare:
—Niuno sia tanto ardito d’uscir di questa camera finch’io non torno; presto saprò se anche sotto questo tetto vivano traditori.—
I tre giovani, attoniti e conturbati, si guardarono in viso l’un l’altro senza profferir parola; Niccolò, preso un lume colla manca, s’avviò per uscire, e passando vicino a Vieri gli strappò d’accanto la daga; varcò la soglia, chiuse la porta, e cominciò a salire la scala. Fatto il primo capo, si fermò un momento a pensare, poi scagliò lontano da sè il pugnale, che venne sdrucciolando per gli scalini insino in fondo.
Giunse alla porta della camera ove dormivan le figlie, si fermò di nuovo un momento origliando, pose l’occhio al buco della chiave, ed il povero sventurato vecchio fu certo alfine della sua vergogna. La Lisa allattava il bambino.
A quella vista smarrito affatto il lume degli occhi percosse due volte col pugno chiuso sì fattamente la porta che quasi la staccò dalle bandelle, e con voce che pareva piuttosto ruggito d’una fiera mandò quel grido che abbiam poco sopra narrato.
—Apri!.... mala femmina.—
Passarono due o tre secondi, e nessuno apriva. Niccolò con una valida spinta sforza l’uscio già scassinato, entra, e si ferma in mezzo alla camera. Le due giovani s’eran fatte a un tratto diacciate e bianche come due statue di marmo, ed il vecchio rimasto muto, ed assalito da un tremito convulso, figgeva nella Lisa due occhi di fiamma che sembravano consumarla come fosse di cera.
—È dunque vero! gridò alla fine dando un muglio che i figli udirono dal pianterreno, e trasportato dalla furia di quel primo impeto si scagliò contro la figlia colle più orrende e vituperose parole che siano mai state dette a femmina perduta, a tale che Laudomia tutta tremante cadde bocconi piangendo dirottamente, e prese pel lembo il lucco del padre: ma questi voltosele come un serpe cui venga pesta la coda, glielo strappò dalle mani, e la sbigottita giovane ricadde colle braccia e colla fronte sul pavimento.
Lisa col capo tra le ginocchia (che al primo picchiar di Niccolò avea posto il fanciullo nella culla) non s’era mai mossa; dopo quella prima sfuriata il vecchio tacque un momento come per riprender l’anelito, ma tosto proseguiva:
—Dimmi, femmina d’inferno, vergogna mia, vergogna della tua casa, non potevi prima ammazzarmi, e poi far quel che tu hai fatto? Non vi eran più coltelli in Firenze? Ci voleva tanto a spegner l’ultimo fiato di vita d’un vecchio di novant’anni? Non bastava levartelo dinanzi, e poi se volevi, darti anima e corpo al nemico? Togliermi la vita? che mi toglievi? ma l’onore salvato per tanti anni puro, intatto insin ad oggi!...... quando ho già un piè nella fossa, tu, perversa, mi butti il fango in capo? Su questi canuti, che dovean essere la gloria de’ miei figliuoli, l’onore di te, sozza scellerata!.... E se non eri da tanto di saper tener in mano un pugnale, chè nol dicesti a quel tuo sgherro ribaldo.... era impresa di gentiluomo, di Pallesco, di cortigiano fradicio de’ Medici scannar un vecchio da tergo..... ma sapeva il traditore che potea farmi peggio.... Ma, alla croce d’Iddio, anch’io gli saprò far conoscere l’error suo d’aver lasciato vivo Niccolò, e se n’avrà a pentire che non sarà più tempo.... Averardo.... Vieri....—