—Aspettatemi qui un momento, disse Fanfulla entrando. Ricomparso dopo alcuni minuti mise dentro la Lisa, che in una povera cameruccia trovò una vecchia consumata dallo stento ma di benigno viso, la quale l’accolse con mostra di buon volere e di compassione. Si può imaginare se la povera giovane avesse bisogno di conforti d’ogni qualità! Pochi ne potè trovare, ma porti con amorevolezza, in quell’estremo bastarono pure ad ajutarla, e fatta porre su un lettuccio col suo bambino, benedisse Iddio di trovarsi ancor tanto latte da poterlo addormentare: quando lo vide dormire, la stanchezza vincendo a poco a poco il senso della sua sventura l’immerse in un sonno placido e profondo.

Fanfulla intanto, visto appena che le cose si avviavan bene, se n’era uscito, promettendole che si sarebbe lasciato rivedere. Quando fu in istrada camminava a capo basso, colle mani dietro le reni, scrollando il capo e soffiando: poi un tratto si cacciò a ridere, e disse:

—Ora che il capitan Fanfulla ha creduto bene di farsi cavaliero di questa dama, e che le ha detto ci penso io.... al fornajo, ben inteso, vediamo un po’ se non se l’ha per male; con che quattrini le farà le spese? E non si scordi che la terra è assediata, e se la fame non cresce, che più di così e impossibile, cresce almeno ogni giorno il prezzo del grano!.... A te, rispondi.—

La risposta del buon Fanfulla fu cacciarsi a ridere un’altra volta dicendo:

—Proprio tutte a me mi capitano!.... Uh, fosse il tempo del sacco di Roma!... ma tosto dandosi colla mano sulla bocca si ricordò che dal sacco in poi aveva fatto di gran discipline appunto per iscontare il mal guadagno d’allora. Si recò in mano le poche monete si trovava indosso, avanzo della paga ricevuta a conto dal signor Malatesta. Il poveraccio n’avea donato la maggior parte all’ospite della Lisa pel suo mantenimento, salvandone appena un terzo per sè, ma la provvisione, tanto per l’uno che per l’altra, potea servire una settimana malvolentieri. Pensando e ripensando, alla fine gli venne un’idea, ma dovette esser tremenda per lui, poichè gli trasse un gemito dal petto, come v’avesse materialmente sofferto la trafittura d’un ferro.

Si contorse, combattè, respinse l’idea, la discacciò, e raddoppiava il passo sperando lasciarsela dietro le spalle. Ma quella maladetta idea gli ronzava nel capo, lo molestava, cacciata di qua ricompariva di là, e quantunque non lasciasse di pungerlo, aveva però in se una potenza attrattiva d’un genere così irresistibile, che alla fine rimase essa padrona, ed il povero Fanfulla dovette proprio fare a suo modo.

Sapete che cos’era quest’idea? Rinunziare, niente meno, a far com’egli diceva il mestiere a cavallo, non esser più uomo d’arme, mettersi nelle fanterie e vendere il suo vecchio Grifone.

Un cuore come Fanfulla non v’è più in questo nostro secolo d’ egoisti!

Era tanta la pietà del caso della Lisa, ed il punto d’onore di non mancare alla promessa, che dovette, non trovando altro modo, attenersi a questo, benchè sopra tutti enorme e doloroso. Proseguì il suo cammino colla fronte bassa ed avvilita, come colui che già si sentiva caduto di grado, e nel solco della cicatrice che gli divideva la guancia scese lento, lento, un certo umido che in tutt’altri si sarebbe chiamato una lacrima. Ma Fanfulla, chi diamine vorrebbe dir che piangesse!

Si condusse alla stalla ove teneva il cavallo e nel guardarlo pensava: