CAPITOLO XII.


La sventurata madre seguiva ansiosa e tremante il progresso di questi mali, struggendosi in pianto, ed in baci che imprimeva a migliaja sul misero corpicciuolo, quasi dovessero aver virtù di ritornargli la forma e lo splendore di prima. Ma questa virtù che era un tempo nel suo seno, il dolore, gli stenti, la fame, l’aveano esausta quasi del tutto.

Gli orrori della sua cacciata dalla casa paterna, il rimescolo, il freddo di quella prima notte, le avean subitaneamente scemato il latte; nè il suo modo di vivere era atto a ristituirglielo ora. Il fanciullo non mai sazio, piangeva di continuo: la poverina priva d’ogni ajuto, d’ogni modo onde acchetarlo se lo teneva tutto giorno attaccato al petto, ma neppur questo valeva: che il bambino trovandolo vôto, si sfiniva suggendo inutilmente e presto staccatosi dava in un pianto fioco e sconsolato.

Il giorno stesso in cui la Niccolosa era venuta a dirle quelle dolorose parole, la povera giovane verso sera rimasta sola in casa si sentiva più debole, più inferma del solito. Quel tenersi continuo il fanciullo al seno l’avea sfinita. Un dolore profondo alle ossa del petto le impediva di mettere intero l’anelito, e tratto tratto si sentiva soffocare.

Seduta a canto alla finestra col figlio steso sulle ginocchia, che languido ed abbandonato, dormiva, o piuttosto era in quel sopore che sopravviene al mancare delle forze, ella vedeva scemare la luce del crepuscolo pensando con terrore alle imminenti tenebre d’una lunga notte d’inverno.

Non avendo lume era costretta, quand’annottava, di andarsene a letto; e quell’ore eterne passate nell’oscurità senza poter chiuder occhio, e col disperato travaglio di non trovar via ad acchetare il pianto del figlio, le mettevano, al sol pensarvi, un brivido di spavento, ed eran forse il più duro tormento del suo stato presente.

Ora alzava gli occhi guardando il ciel bigio, che di momento in momento s’andava facendo più nero, ora li lasciava cadere afflitti e spenti sul volto affilato del bambino, misurandone il respiro, che le parve a poco a poco farsi più frequente e affannoso. Le parve scorgere che il candido pallore della pelle s’andasse come annebbiando di livido, specialmente attorno alle labbra, s’alzò sbigottita, e sperando codeste apparenze fossero effetto della poca luce, preso il fanciullo, lo pose col volto contro la finestra, e vide che il lividore non era illusione, vide le labbruccia farsi scure e turchine, gli occhi semichiusi aprirsi un tratto, e la pupilla errare un momento, poi sparire sotto la palpebra. Gettò un grido la misera madre, che credette giunta l’ultima ora del figliuolo, lo portò sollecita sul letto, lo sciolse in un baleno dalle fasce, e tremando per l’ansia, per la fretta, per l’incertezza, cominciò a strofinarlo, e colle palme, col fiato, e, senz’avvedersene, colle lagrime che gli piovevano dagli occhi le pareva pure dover riuscire a ridestare in esso il calor vitale.

Poscia avvisando nuovi modi s’abbandonava colla bocca su quella del fanciullo, coprendolo e riscaldandolo, poi gli faceva cader tra le labbra qualche stilla di latte, che a stento riusciva a spremersi dal seno, ma la dolcezza di vederlo inghiottire, che avrebbe comprata colla vita, non l’ebbe; rizzatasi allora smaniosa, disfacendosi in lagrime, giungendo le mani convulse, o cacciandosele ne’ capelli: