—Oh figlio mio! diceva, oh amore della povera madre! oh non l’abbandonare!..... No, no, no!.... Oh se mi guardasse almeno! oh Dio! che non ho altro al mondo che il povero angioletto mio;.... e anche questo mi vuol abbandonare! Oh! Arriguccio mio,.... guarda la povera madre.... oh ridi!.... Oh! veder ridere una volta ancora quella boccuccia cara e poi morire! Oh! Dio! Dio! prendimi tutto..... sì, tutto e tutti..... ma il figlio, l’amor mio, le mie viscere,.... oh no, non è possibile.... oh non lo potresti volere!....—

Ma il fanciullo immobile, respirando appena, non dava segno atto a destare ombra di speranza. L’infelice Lisa rasciutte le lagrime, invetrito lo sguardo, ristette fissandolo un pezzo, immobile e muta; ma intanto ciò che gli sforzi, le cure, il pianto della madre non avean potuto, lo potè la natura e la convulsione che aveva assalito il bambino si venne a poco a poco calmando.

Se n’avvide ai primi indizj la donna. Scorse il colore ritornar naturale, gli occhi sereni; ricomporsi i lineamenti; tacita, tremante, teneva dietro a questa mutazione con un ansare sempre più rapido, ma quando vide le labbra del suo fanciullino aprirsi ad un sorriso, fu un tale scoppio d’allegrezza, di piangere e ridere ad un tempo, fu tale l’ebbrezza, la commozione interna, che mal reggendosi in piedi cadde ginocchioni accanto al letto, e coprendo di baci le ginocchia ed i piedi del figlio, diceva:

—Oh Dio, lo sapeva!... oh! non era possibile... sarebbe stato troppo ad una povera madre, ad un’infelice.... infelice? Chi dice che sono infelice? Che sono povera?.... M’è tornato l’amor mio! mi guarda e ride, l’ho visto ridere.... son felice, son ricca, io son troppo avventurata, io non chiedo altro, io non ho cuore per altro bene, per altro amore.... oh Arriguccio! tu avevi morta la povera madre.... oh cattivo!.... no, no cattivo.... angiolo, angliolo del paradiso, chè ora m’hai ridonata la vita.—

Nè bastando quelle parole a dare sfogo ad affetti tanto indomiti e bollenti, le finiva in un fiume di lagrime ed in mille baci e mille carezze.

Intanto era fatta notte del tutto. Quando nel cuor della Lisa fu acchetata la tempesta di tanti affetti, cominciò a riflettere al suo stato, al pericolo che, durando così le cose, quella sventura che era stata ora soltanto minacciata, s’avverasse: l’amor materno vinse il terrore ch’ella provava al solo pensiero pel padre, e si risolse andare a lui senza por tempo in mezzo, impetrarne la vita del figlio, ottenerla o morire a’ suoi piedi.

Arriguccio dormiva. Fe’ sopra lui il segno della croce, l’assettò in modo che se veniva a muoversi non corresse pericolo di cadere, lo baciò, e scese brancolando nella cameruccia al pian terreno ov’era la Niccolosa.

—Per l’amor di Dio, le disse, state attenta se mai Arriguccio piangesse.... or ora torno.—

La vecchia la sgridava di voler uscire sola la sera; ma inutilmente, chè la Lisa già avviata più non l’udiva. La notte era scura, le strade deserte, appena qualche bottega a sportello, ed il debol chiarore dei lumi di dentro pur serviva a non ismarrir la via. La Lisa camminava muro muro, con passo veloce; in pochi minuti fu al portone de’ Lapi, che rivedeva per la prima volta. A quella vista pianse. Ma rasciutte quelle lagrime, ferma col piede sul primo de’ due scalini pe’ quali si saliva al limitare, le veniva meno il coraggio, nè poteva stender la mano alla campanella che serviva a picchiare.