Vide lume alle finestre delle camere terrene di Niccolò, e salita sulla panca di marmo che s’estendeva quant’era larga la facciata, riuscì, attenendosi all’inferriata, a poter alzarsi tanto da vederne l’interno.

Nella camera non era altri che Niccolò e Laudomia, egli sul suo seggiolone sotto il cammino, ella alla tavola del lavoro, ambedue immobili e muti; ambedue mostrando sul volto tracce tali che potevano, da chi ignorasse i loro casi, esser attribuite egualmente, ad una calamità sofferta, o ad una fresca malattia. Lisa, che la prima conosceva, dubitò della seconda, e non s’ingannava.

Dicemmo come al fine della terribile scena, mentre Lisa era cacciata di casa, Laudomia rimanesse in terra svenuta; soccorsa dalla fante, si riebbe tanto da poter a stento, ed ajutata, giungere al suo letto, ma presa già dalla febbre, da vacillazione di mente, stette in forse della vita per molti giorni, ed altri moltissimi in letto, e quella sera stessa era scesa per la prima volta nella camera di Niccolò.

Ad esso era accaduto poco meno. Ma d’animo e di complessione più ferma, non aveva mai voluto nè stare in letto, nè sentir medici, nè veder anima viva; i figli, che s’eran lasciata sfuggir qualche parola a pro della Lisa, gli avea discacciati, ed alla sola Laudomia l’avea comportato, ma col patto espresso, che mai più non entrasse su questo discorso: vietato poi a tutti, pena la sua disgrazia, d’aver che spartire in verun modo cosa alcuna colla moglie, com’egli diceva, di quel traditore Pallesco.

Laudomia però, riavutasi appena tanto da poter connetter le idee, conosciuto che bisognava operare di nascosto del vecchio, avea combinato coi fratelli di ritrovar la povera Lisa, n’andasse il mondo. E per dir il vero avean messo sossopra Firenze, ma senza frutto nessuno, e la Laudomia più di tutti ne vivea disperata.

Lisa guardava intenta ora il padre, ora la sorella: il pallore, la mestizia d’ambedue, quell’immobilità, quel silenzio erano altrettante punte che le laceravano il cuore. «Ecco di che fosti cagione! diceva a se stessa.... ecco in che termini hai ridotto tuo padre, un povero vecchio.... tua sorella quell’angiolo senza macchia.... e speri che Iddio non faccia a te altrettanto? Speri ch’egli voglia lasciarti la consolazione del figlio?....» E qui sorpresa dal pensiero che la vendetta divina stesse forse per colpirla appunto nella vita del suo bambino, non si potè più frenare, e scoppiò in un singhiozzare così alto che Laudomia e Niccolò l’udirono.

—Chi piange costì? disse il vecchio alzandosi; e andato alla finestra l’aperse. Lisa, vedendo che il padre si moveva, sopraffatta dal terrore, era scesa, e prostrata sul lastrico della via diceva:

—Ah babbo! per me non chiedo nulla.... non merito nulla.... ma il mio bambino sventurato! che colpa ha egli se sua madre è una sciagurata?.... Se suo.... (la povera Lisa ebbe ancor tanto senno da non nominare Troilo in quel momento). Oh babbo! il mio povero bambino infelice vive del mio latte:... ed io non ne ho più.... non ho più forza, non ho più fiato, più vita!... la fame, babbo!... la fame.... oh Dio, se provaste la fame!.... e vedere un bambino che muore di fame!....—

Lisa nel finir queste parole alzò il capo tremante, pensando, esser impossibile che Niccolò fosse tanto crudele da non muoversi a compassione; già si figurava veder alla finestra il padre in atto benigno.... invece la finestra era chiusa, sparito il lume. L’infelice stette in due di spaccarsi la fronte sui sassi, tanto fu il dolore disperato che l’invase.

Niccolò, accortosi appena della figlia, s’era tosto tirato indietro, non perdendo però una delle sue parole. Laudomia, senza profferir sillaba, gli s’era accostata, e piangendo cheta gli abbracciava le ginocchia. Ma il vecchio fattola alzar di forza, e coll’indice teso mostrando la porta, disse, con voce ch’egli voleva far minacciosa e severa senza potervi però interamente riuscire: