— Così si muore, forse — pensava.
Ma quella mano, che non la lasciava più, diventava sempre più calda, era rovente come un ferro infuocato, parea le corrodesse la pelle e la carne della mano, facendo una piaga profonda. La febbre del ferito cresceva; egli apriva gli occhi, ma non li fissava più su lei, li stravolgeva, guardando la lampada, guardando il soffitto. Non aveva fiato per parlare, il ferito, ma si vedeva che il delirio gli era salito al cervello. Oh era stata presa, per forza, da quel moribondo, si sentiva fatta cosa di lui, gli apparteneva, non poteva nè strillare, nè parlare, nè fuggire, nè divincolarsi: era sua, il moribondo se l'aveva presa.
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Egli fu trentasette giorni in pericolo di vita; l'emorragia era cessata, ma la febbre d'infiammazione era gagliarda; egli delirava ora a voce alta, chiamando Cristina la sua sposa, la sua cara sposa, la sua fidanzata.
— Non lo contraddite — disse il medico.
Non lo contraddiceva: chinava il capo, Cristina, e impallidiva. Il senso della realtà ritornava in lei, facendola acutamente soffrire.
— Vuole sposarvi — le disse un giorno il medico; — che ne dite?
— Non so, non so...
— Tanto ha da morire: dategli questo conforto.
Ella tacque: non lo aveva sentito, in quella notte, che il moribondo la voleva, che il moribondo se la prendeva?