— Dottore, morirò anche io — disse poi.
— Ma che, ma che! Sarete la vedova di un suicidato, ecco tutto. È un romanzo.
Il romanzo, la stravaganza, la follia, era quello che le aveva sempre fatto paura! Ora, lanciata in questo vortice, non poteva salvarsi più.
— Sposalo, figlia mia — disse suo padre, sospirando, invecchiato di dieci anni. — Non restiamo con questo rimorso: tutta la città ti accusa di questo suicidio.
— Sposalo, Cristinella — disse don Ciccio Cannavale, il padrino; — ha voluto morire per te, poveretto.
— Sposatelo, figlia mia — disse il confessore — se no, egli muore in peccato mortale. Fate dannare un'anima.
Non era il romanzo, questo matrimonio, fatto nella stanza di un ammalato, in un momento di lucido intervallo? Era questa tragedia quella che lei aveva sognata, forse? Quello che lei aveva sognato era lontano, non tornava più, non era più possibile che ritornasse, il moribondo se l'aveva presa, era sua moglie, ora, la moglie di un suicida agonizzante, sarebbe stata la vedova di un suicida. Dove era Giovannino? Forse che aveva mai esistito Giovannino? Per fortuna quel suicida che era suo marito, se l'avrebbe portata giù, nella fossa, dove non ci sono più romanzi.
Il comico di tutto ciò fu che Peppino Fiorillo guarì.