Egli era un vinto. Portava in sè tutte le traccie delle battaglie combattute con accanimento, ma perdute senza gloria. Come in tutti gli uomini di lotta, l'armonia della sua bellezza virile si era guastata e corrotta. Per quindici anni, dai venticinque ai quaranta, lo spasimo interno aveva corrugato quella fronte, aggrottate quelle sopracciglia, fatto fremere quelle nari mobili, curvate al sogghigno quelle labbra. Ora i capelli ricciuti s'eran fatti radi sulla fronte, come se fossero abbruciati: l'occhio era vitreo, inerte: sotto il mustacchio che si brizzolava, le labbra s'erano appassite, quello inferiore era cascante come per stanchezza. Talvolta, in alcuni momenti di profonda distrazione, di sguardo interiore, le palpebre plumbee si abbassavano, il viso si allungava, tutte le linee si atonizzavano e quella faccia pareva già morta, già decomposta. Ritornava in sè lentamente, quasi rinvenisse, con un'espressione di pena: così una lieve animazione ridava un senso di vita a quella faccia che aveva troppo vissuto, consumandosi in una esagerazione della vitalità. Dell'antica bellezza non gli rimaneva che il vigore di un corpo gagliardo e la seduzione morbida di una mano carezzevole, quasi femminile.
La rovina del suo spirito era anche più grande. Entrato nella vita con l'audacia che dànno tutti i desideri di un'anima ribelle e di un temperamento sanguigno, con tutta una ardente, insolente ambizione per quanto fosse potenza, il trionfo gli parve facile e s'inebbriò della propria forza. Ma nella passione umana, come nella passione divina, la Fede non basta, ci vuole la Grazia. Gli è che l'anima sua era piena d'ideali variabili e nebulosi, tutti belli, tutti splendidi, ma tutti sparenti; gli è che egli voleva troppo, voleva quanto gli altri avevano e quanto gli altri non avevan potuto avere; gli è che le sue labbra anelavano ai baci delle donne che non baciano, la sua intelligenza voleva conoscere ed abbracciare i vasti orizzonti della scienza, la sua fantasia sognava tutte le glorie folgoranti dell'arte. Se un poeta assurgeva al cielo immenso della poesia, egli invidiava intensamente quel poeta; se un uomo politico saliva alla vittoria, egli avrebbe voluto essere quel politico; se un uomo bello ed affascinante si pigliava la donna più invano desiderata, egli si rodeva di invidia per quell'uomo. Allora, morsicato al cuore dall'ambizione, dominando i suoi impeti, si piegava al lavoro, frenava il suo slancio, applicandolo al raggiungimento di uno scopo. Ma alla fervida e acuta intelligenza mancava quella nobile qualità che è la misura: alla sua prorompente volontà mancava la fissità. Eccitandosi, esaltandosi, vibrando in una febbrilità di desiderio insoddisfatto, egli cadeva nella esagerazione che raffredda e allontana il successo: poi la febbre declinava e la volontà ammollita, esaurita, si lasciava prendere dall'indolenza. Lo pigliava il disgusto di un lavoro troppo lento; la nausea dei piccoli e volgari mezzi che avviliscono; la sfiducia di sè, che è grave; la sfiducia nel proprio ideale, che è l'estrema rovina. Si ritirava in sè inoperoso, immobile, immerso in un dormiveglia spirituale pieno di amarezza, turandosi le orecchie per non udire, chiudendo gli occhi per non vedere il successo degli altri. Allora, pensava acutamente, profondamente, scavando in sè, analizzando in sè, scendendo alle ultime finezze del pensiero e del sentimento. Poi, d'un tratto, preso da un risalto di vita, si buttava disperatamente in una nuova guerra, assetato di vittoria, abbramato di vittoria, ma incapace di volerla fino all'ultimo. Così, in questi periodi di lotta furibonda e illogica, dove si sciupava il suo ingegno, e di esaurimenti mortali, egli non raggiunse mai nulla. Rimaneva alla porta del tempio, adorando e maledicendo l'idolo, ma non trovando tanta costanza d'imprecazione e di adorazione da essere trasportato al cospetto del dio. Egli fu per essere un grande statista; egli fu per essere un grande artista; egli fu per essere un grande speculatore. Vide il trionfo passargli accanto e, fatalmente immobilizzato, non lo afferrò. Infine, egli restava nel limbo dove si ravvolgono, in un ambiente incolore, tutte le intenzioni a cui mancò la volontà, tutti i pensieri a cui mancò l'azione, tutti i tentativi abortiti, tutti gli ingegni traviati e tutte le vocazioni sbagliate.
Quando s'innamorò, a trent'otto anni, giuocava l'ultima carta. Tutti i suoi amori del passato erano stati creati dall'amor proprio, piuttosto come una prova di potenza, come un esercizio di scherma per mantenersi acuto l'occhio e agile la mano. Vinceva le donne, per imparare a vincere gli uomini: le vinceva facilmente, come se scherzasse, poichè esse si lasciavano prendere egualmente dai suoi accessi di passione furiosa, come dalle dolcezze dei suoi periodi d'indolenza. Quest'anima strana, piena di forza e piena di debolezza, ispirava alle donne orgoglio e compassione. Era un innamorato bizzarro che metteva paura e destava pietà. Egli le affascinava con la soavità della voce vellutata, il cui timbro aveva quell'intimità irresistibile a cui le anime si aprono; ma le affascinava anche con quei silenzi lunghi, pieni di cose tetre e d'immaginazioni mostruose per cui le donne si attaccano invincibilmente all'uomo. Eppure lui, vinto dalle altre passioni, turbato da sempre nuovi interessi, agitato e sbattuto dalla tempesta, non aveva mai amato per amore, mai amato per amare, mai dato tutto se stesso all'amore. Forse, nel segreto del suo cuore, aveva quel tacito disprezzo della donna, quel tacito disprezzo dell'amore, che la gioventù moderna porta in sè come una malattia.
Così s'innamorò tardi, troppo tardi. Sulle prime era freddo, glacialmente stanco delle sue sconfitte, non arrivando a riscaldarsi, guardando imperterrito la donna che seduceva, scherzando col sentimento, facendo fare un pericoloso giuoco d'altalena a quella povera anima femminile che già gli apparteneva. Ma aveva trovato uno spirito eletto, unito ad una femminilità molto sviluppata; una bellezza fatta di espressione, insieme a un carattere singolare; una nervosità tutta giovanile, insieme a un sapore d'arte eccezionale. Lei lo amava piamente, umilmente, con la devozione animalesca e l'esaltazione spirituale. Quando egli conobbe tutto questo, un grande rivolgimento s'operò in lui e nelle nuvole bigie di uno scetticismo insanabile, si allargò questa luce:
— Forse la grandezza della vita è nell'amore.
D'un tratto, egli col suo temperamento eccessivo si buttò nell'amore, come si era buttato nella politica, nella speculazione, nell'arte, portandoci gli ultimi slanci, le ultime collere, gli ultimi ardori. Fu una vampata. Fu un incendio sanguigno. Fu un fuoco divorante e stringente. Fu una selvaggia espansione, l'avvinghiamento disperato di colui a cui tutto è sfuggito, il terrore bianco della solitudine. Amava, gagliardamente, tenacemente, più con rabbia che con tenerezza. Andava alla conquista dell'amore, come a una battaglia, tremando dell'ultima sconfitta. A questo urto così forte, in questo vortice, quella che lo amava si sgomentò, si arretrò spaventata, lo credette impazzito. Come lui più s'innamorava, lei amava meno. Lui saliva alla passione, lei discendeva all'affetto: mai un minuto di equilibrio. E un giorno, quando lui aveva messo in questa passione quanto aveva ancora di illusioni, di speranze, di desideri, ella lo abbandonò non si sa come, lo tradì non si sa perchè, nel modo più illogico e più volgare. Scomparve, fu travolta — dove non si sa.
E così, in Guido fu completa la devastazione e l'aridità: regnò solo, malvagio, egoistico, il cinismo.