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Era una donna fulminata. Nell'unica, immensa battaglia che aveva sopportato il suo cuore femminile, aveva perduto. Nell'amore, aveva fatto naufragio. Nulla si vedeva dal volto, poichè instintivamente il volto femminile dissimula: talvolta, senza che la volontà gli imponga la dissimulazione. Solo un sottile osservatore poteva notare che la vivezza dello sguardo aveva del fittizio, che l'ombra sotto gli occhi era di un bistro carico come segno di molte notti vegliate, che le labbra avevano un sorriso più fremente che dolce. Ma lei ergeva la testa così altieramente, ma una severità così orgogliosa era diffusa nella sua fisonomia, che niuno osava chiederle se si sentisse male. Poi, la rispettavano come un essere colpito da una grande disgrazia. Era una donna fulminata, vivente in una immobilità dolorosa, che piangeva dentro, che sanguinava dentro, senza un respiro di dolore.

Invero aveva tutto perduto. Era stata una giovanetta male educata e imperiosa, cresciuta troppo presto come corpo e la cui anima si era ingrandita in precocità singolari. Lei aveva conosciuti i teatri dall'atmosfera rossiccia, profumata e velenosa, dove i fiori appassiscono e le fanciulle pensano; i balli ardenti dove aleggia tanta seduzione di amore, di luce e di musica; le stagioni balneari dove il mare, il cielo e il sole fiammeggiante sono l'infinito incanto che conduce all'amore; le conversazioni maschili, frivole, nulle, stucchevoli; le conversazioni femminili profonde, che turbano, che tentano. Così ella era stata una fanciulla senza dolcezza e senza soavità. Così ella era stata una fanciulla senz'amore. La vanità le bastava, le bastava la civetteria, le bastava il flirt. Era stata una fanciulla caparbia, maligna, ragionatrice, piena di teorie paradossatiche, guasta nell'anima, falsa in ogni manifestazione del sentimento, che adorava tutte le pose dell'ironia e dello scetticismo, che si lasciava far la corte per curiosità e poichè l'amore dell'uno rassomigliava all'amore dell'altro, si sbrigava bruscamente del suo corteggiatore, insensibile alla maldicenza, insolente per la sua bellezza, per la sua ricchezza, per la sua indipendenza. Le avevano dato un fidanzato, un progetto di pura convenienza: lei lo aveva accettato, stringendosi nelle spalle.

Ma un giorno, in un sito qualunque, per due minuti soltanto, ella vide un uomo che non la guardava, che non era bello, che non era elegante — e se ne innamorò, così d'un tratto solo. Questa creatura cattiva e fantastica, che non aveva conosciuto serenità di gioventù, che si era burlata dell'amore, che non aveva mai capito l'amore, sentì struggersi tutta la parte malvagia di sè nell'intenerimento soave di un affetto spontaneo e vivificante. Si sentì guarire lentamente di quanto era stata la sua infermità di spirito e quanto ella aveva calpestato, adorò. Tutte le rosee incipienze e i brividii lenti e le felicità piccine e le punture acute, fini fini dell'amore che comincia, turbarono deliziosamente il suo cuore rinnovato. Non sapeva che fossero le quiete, dolcissime lacrime che rinfrescano le guancie accaldate dalla febbre; ignorava le dolcezze di una umiliazione innamorata; ignorava le voluttà del sacrificio: tutto ignorava. Questa scienza dell'amore, giunta di un colpo solo, si era poi sviluppata lentamente, togliendo di mezzo la varietà, scacciando le volgarità, divorando come un fuoco purificatore tutte le bassezze. Allora, senza pensare un minuto, senza riflettere, di sua libera elezione, di sua spontanea volontà, buttò via la sua reputazione, il suo nome, la sua posizione, il suo avvenire, come si gitta via un fardello che inceppa il viaggio. Lui non le chiedeva niente e lei gli volle dar tutto. Lui avrebbe voluto l'amore tranquillo, nascosto, a termine fisso, senza compromissioni: lei lo volle clamoroso, invadente, quasi folle. Invano gli amici le dicevano che essa si perdeva, per chi non lo meritava: invano l'amante stesso si mostrava indifferente a tanta abnegazione. Lei camminava per la sua via, fatalmente, incapace di fermarsi, incapace di transigere, incapace di amare meno. Aveva negli occhi belli la luce dell'amore e nel cervello il divino raggio della follia. Tutto il suo passato, secco, duro, aspro, fatto di meschinità maligne e di gretterie femminili, le faceva orrore: sentiva di doverselo far perdonare. Sentiva che quella passione di donna era il perdono della fanciulla crudele e arida, che aveva deriso tutte le nobili e sante cose che esistono. Lei non amava solamente l'uomo, amava anche l'amore per l'amore, perchè l'amore era la sua nuova anima, era la sua gioventù riconquistata la sua bellezza purificata, perchè l'amore era la sua salvazione.

Questa donna amò invano. Essa sprecò tre anni di vita dietro un uomo indifferente, che non capiva, che non sapeva, che certo non meritava. Essa adoperò tutto quanto può fare una povera donna per farsi amare, dalla gelosia vera alla finta freddezza, dalla umiltà profonda alla serietà dell'orgoglio, dall'affetto malinconico che non si lagna, al sorriso divino che tutto perdona. Lei provò ad essere umanamente cattiva e celestialmente buona. Ebbe quei singhiozzi profondi che lacerano il petto e quelle indulgenze materne che solo l'amore insegna. Quanto vi può essere di delicato e di passionato, in una strana fusione di sentimenti, lei provò con quell'uomo. Tutto fu inutile, tutto. Dopo tre anni di lotta contro un uomo, quando fu priva di forza, esausta, demoralizzata, avendo smarrito la via della vita, non sentendo più nulla che un dolore infinito, lui l'abbandonò togliendole ogni speranza di ritorno, per sempre.

Così il naufragio di Teresa fu completo.

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