Guido e Teresa, queste miserie infinite, questi esseri devastati e rovinati, si conobbero. L'uno sapeva dell'altro, per fama di esistenze perdute. Ma fra loro non si stabilì alcuna simpatia. Invero vivevano ognuno nella salvatichezza diffidente che segue le grandi sventure, in quell'egoismo sospettoso di chi ha troppo sofferto. Ognuno si teneva caro il proprio dolore, noncurante dell'altro. Non li pungeva neppure la curiosità. Ognuno apprezzava il proprio dolore superiore a quanti umanamente possano esistere nel mondo. L'anima di Teresa era più dignitosa e severa, chiusa nell'asprezza dell'orgoglio, meditante nella solitudine: l'anima di Guido si immergeva in un cinismo tacito, ripensando tutti i rifiuti che gli uomini e le cose gli avevano inflitti. Nè simpatia, nè curiosità, nè pietà; la tempesta, che aveva squassato quelle fragili imbarcazioni, aveva inghiottito tutto.

Solo un duplice egoismo, egualmente acuto, egualmente profondo, creò fra loro una relazione di visite. Egli veniva da lei in certe ore, la salutava senza interesse, le faceva qualche domanda vaga, poi sedeva e fumava. Nella casa di Teresa vi era un silenzio intenso e una penombra triste che conveniva a Guido: non vi erano uccellini che cantassero, mancavano i fiori nelle giardiniere, il pianoforte era chiuso a chiave. Visite non ne venivano mai. Lei vestiva di nero, come una monaca. Non portava nè profumi nè gioielli. Parlava poco e piano. Per lo più, dopo averlo salutato, si rimetteva a leggere con una attenzione concentrata, senza levare la testa, se non quando lui se ne andava, per salutarlo di nuovo. Oppure rimanevano ambedue in silenzio, senza guardarsi mai, pensando. L'uno non s'accorgeva più dell'altro, indifferenti, sottratti alla nozione del tempo e dello spazio: talvolta Guido se ne andava in punta di piedi, senza salutare e Teresa non si accorgeva che più tardi di quella partenza. Un giorno Guido si abbandonò in uno di quei suoi abbattimenti profondi, la sigaretta spenta, le braccia prosciolte, la faccia cadaverica: lei non lo comprese o non pensò neppure a chiedergli che cosa avesse. Un giorno lei, d'un colpo, fu presa da una crisi di singhiozzi, torcendosi le braccia, bagnando di lagrime il cuscino del divano: lui la lasciò fare, infastidito dal rumore, non trovando una parola da dirle.

Una sera, lei leggeva ancora.

— Che leggete? — chiese lui, lasciando cadere la domanda, non curante della risposta.

— Leopardi — rispose lei, senza alzare la testa.

— Un uomo che dice di aver sofferto.

— E non è vero — mormorò Teresa.

— E non è vero — gridò lui, rabbiosamente. — Non permetto a nessuno di dire che ha sofferto, quando non ha vissuto la mia vita!