Lei lo guardò sdegnosa, fremente per lo stesso sentimento di egoismo vanitoso.
— Sentite — disse lui, pacatamente, dopo un poco.
E senza guardarla, fissando il muro dirimpetto o un punto indefinito, senza fare un gesto, con la sua voce bassa dove non scorreva più calore, dove non vibrava più vita, fermandosi ogni tanto per respirare, le narrò minutamente la storia del suo amore, come era nato, in quale ambiente desolato era cresciuto, come egli n'era stato invaso e travolto: poi come questo amore era stato violentemente spezzato. Egli narrava lentamente, senza fare alcuna osservazione, impersonalmente, quasi che dicesse la storia di un altro: precisava nettamente i fatti, metteva le date, accennava a tutte le più piccole circostanze. Il racconto sgorgava freddo e tranquillo, con un movimento d'impulsione quasi matematico, andando diritto alla sua via, quasi rigido, quasi inflessibile. Sembrava il resoconto imparziale, nè severo, nè indulgente, di un giudice che ha dimenticato di essere uomo. Non portava opinione di narratore, sembrava che in lui tutto tacesse dalla coscienza alla fantasia, e che solo operasse lucidamente, algebricamente, la memoria. Teresa ascoltava, senza guardare Guido, distesa nella sua poltroncina, con gli occhi socchiusi, immobile, senza interromperlo mai, attenta forse, disattenta forse, ma simile alla sfinge che tutto pensa dietro la sua fronte di liscio granito. Lui narrò a lungo, a lungo: suonavano le ore all'orologio, trascorreva la notte e lui narrava sempre e lei ascoltava sempre. Quando finì, l'alba bigia spuntava: lui si levò e prese il cappello, senza aggiungere altro: lei si levò senza parlargli. Guardandosi in faccia, si videro lividi in quella scialba luce. Così, tacitamente, si lasciarono.
Il giorno seguente, quando lui giunse, Teresa trovò la parola:
— E voi? — gli chiese.
— Io? io ho finito. Ho chiuso. Sono morto.
— O felice, felice! — gridò lei. — Io sono viva ancora, io non posso morire.
E trasalendo, impallidendo, piangendo a riprese, coi singhiozzi che rompevano le parole, col rossore dello sdegno che asciugava le lagrime, coi fremiti della gelosia che ancora le facevano morire la voce, ora abbandonandosi nella desolazione, ora rialzandosi nella collera, ella disse come si era perduta. Era un racconto informe, affogato, tutto ripetizioni, tutto intralciato di osservazioni, di esclamazioni, ricominciato cinque o sei volte, affannoso, balzante dall'ironia alla passione, dalla tenerezza al furore. Lei raccontava, esaltandosi, inebriandosi della propria voce, ascoltandosi, come se Guido non fosse più là, come se dialogasse con se stessa. Da tanto tempo quella storia le ruggiva dentro ed essa la comprimeva e si sentiva soffocare. Era presa dalla febbre dell'espansione, dal delirio di dire tutto, di gettare via il suo segreto per poter respirare. Avesse avuto cento persone là innanzi, crudeli o indifferenti, avrebbe sempre detto tutto. Si sentiva morire, se non parlava. Quando tacque, non aveva finito. Solo la voce mancava, gorgogliante nella strozza: solo il corpo si lasciava vincere da una lassezza. Ma nella figura ella rimaneva tragica e disperata, simile a una greca eroina di Eschilo che la fatalità ha pietrificata nel dolore.