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Da quel giorno, l'uno fu necessario all'altro. A vicenda si imponevano il proprio egoismo e senza impietosirsi l'un per l'altro, si prestavano attenzione. Non chiedevano che di poter parlare, che di sfogare l'amarezza inesauribile della loro vita e la pazienza dell'ascoltatore era calcolo di colui che aspetta il suo turno. Forse Guido diceva di più e meglio: lui era più glaciale, più morto. Sceglieva le parole, lentamente, trovando quelle più efficaci, rendendo la sua idea con una lucidità meravigliosa. La frase s'insinuava, tutta flessuosa; la frase si allargava, tutta piena di una armonia infinita; la frase si faceva smagliante, tutta ricca di colore. Egli era stato quasi un artista. Raccontando, l'anima sua si sdoppiava, il dualismo della coscienza diventava evidente e nell'atonia del suo spirito, ancora pareva che narrasse il romanzo di un altro. Di questo, egli forse era inconscio. Se Teresa trasaliva, egli non se ne avvedeva. Se una parola rude, selvaggia, brutale, la faceva impallidire, egli non s'accorgeva di questo effetto. Guido sembrava si dirigesse a un pubblico invisibile, cercando di trascinarlo. Sembrava che parlasse di quel passato d'amore innanzi alla pubblica opinione, per accusare la donna che era stata l'ultima sua sciagura. Così giunse il tempo in cui Teresa lo udì volentieri, come presa da un libro attraente: anche esteriormente, anche senza comprendere spesso quello che egli diceva, ella sentiva ondeggiare nel suo cervello quella voce carezzevole e penetrante, che parea conoscesse tutte le sottigliezze dell'intonazione. Quella voce le faceva l'effetto di un delicato piacere fisico, le produceva un senso di benessere fresco, un cullamento quasi inavvertito, tanto era lento.

Ma in certe sere in lei l'angoscia diventava impaziente e come lui taceva, quasi aspettando, lei trabalzava, nervosa, a dire, a dire, a dire. Prima cercava di moderarsi, di temperare la voce e di dominare l'impeto nervoso. Ma il suo carattere orgoglioso e la sua gioventù ribelle si spezzavano in quei ricordi così caldi, così vivaci. S'interrompeva, talvolta:

— Sentite, ho la febbre, come allora.

E metteva la sua mano su quella di Guido. Lui la tratteneva nella sua, mollemente, con una strisciatura lieve delle dita, una carezza di pietà, che parea dicesse:

— Poveretta, poveretta.

Quella compassione segreta, di un essere infelice verso una creatura infelice, faceva sgorgare le lagrime di Teresa. A lei, immobile, di sotto le palpebre abbassate, piovevano le lagrime sulle guancie, disfacendosi sul collo e sul petto, senza che lei le asciugasse. Allora sentiva un tocco leggiero di mano sfiorante i capelli, come un soffio, come una carezza che parea dicesse:

— Poveretta, poveretta.

Ma niente altro. In breve l'uno sapeva la storia dell'altro a mente, poteva dirla coi minimi particolari. Le lettere erano state lette: tutti i pezzetti di cose che segnavano una data nell'amore, se li erano mostrati. Era rimasto l'estremo pudore dei ritratti. Ma anche quello fu distrutto: Teresa aprì il medaglione che portava al collo e chinandosi verso Guido, gli fece vedere il ritrattino di lui.

— Era bello, ma doveva essere malvagio — disse Guido, dopo una lunga pausa.