Poi cavò fuori il portafoglio e mostrò quel viso di lei, pallido come quello di una morta, poichè sembra che i ritratti abbiano senso e vita. Teresa e Guido lo guardarono per molto tempo, senza dire nulla. Infine Guido, covrendole delicatamente la bocca con la mano, le disse, con la sua voce insinuante e quasi parlante in sogno:
— È strano. Nella fronte e negli occhi, voi le rassomigliate tal quale.
E nient'altro. Ma una sera burrascosa di autunno, nella disperazione di un doppio naufragio, nel brancolare cieco di due anime ottenebrate, in un esaltamento bizzarro, vinti da una forza ignota, senza volontà, senza memoria, ammalati di passato, inferociti di passato, lo insultarono in un bacio, lo calpestarono in un bacio.
***
Passarono tre giorni senza vedersi e senza scriversi. Teresa visse quei tre giorni immersa in uno stupore doloroso, rabbrividendo ogni tanto come le ritornava la coscienza di quello che avevano fatto. Le pareva di dormire e di sognare sempre, un sogno pieno di paure, pieno di cose orribili. Ogni tanto apriva gli occhi, ma li richiudeva, spaventata dalla luce e spaventata dalla realtà, immergendosi di nuovo in quel dormiveglia dove almeno l'acuzie si attutiva, il senso del presente si smarriva in un orizzonte vago e senza contorni. Lui visse quei tre giorni, rabbioso, agitatissimo, bestemmiando se stesso, l'amore e tutto, incapace di prendere una decisione forte, inquieto di questo risveglio, incapace di volere qualche cosa. Quando si rividero, provarono un acutissimo sentimento di pena, un imbarazzo, un senso di vergogna. Insieme, si tesero le mani, supplicandosi:
— Perdono.
E piansero insieme. Quelle lagrime furono benefiche e calmarono quella pena. Una tenerezza grave li prese come se fossero due grandi colpevoli pentiti, che il rimorso ha domati. L'uno si struggeva di pietà per l'altro e cercava lenire dolcemente quell'anima ferita. Guido ritrovò la sua parola seduttrice e la mano molle, femminile che aveva blandizie materne e sfioramenti infantili. Diceva a Teresa delle cose gravi o serie, molto lontane dall'amore, una efflorescenza sentimentale, un discorso tutto musicale che le cantava una ninna-nanna soave. Lei si lasciava riprendere da quel fascino e spalancava gli occhi di sonnambula in faccia a Guido, sorridendogli, crollando la testa, come se quel discorso, di cui spesso il senso le sfuggiva, la convincesse e la consolasse. Lui stesso si abbandonava in quello stato di dolore indolente, in cui manca la volontà per soffrire.
Così il rimedio fu cattivo quanto il male. Potevano scordare per un momento, ma appena soli, la loro coscienza si rialzava e li ingiuriava. Allora, per senso di vanità, mentendo a se stessi l'uno mentendo all'altro, sentendo la necessità, il peso e lo scorno della menzogna, dissero di volersi bene, di amarsi molto, di amarsi sempre. Ognuno diceva tra sè: ho il dovere d'amare, poichè ho tradito. Ogni giorno recitavano una commedia ignobile, pallidi, inetti, disgustati della rappresentazione, nauseati delle parole e dei baci. A volte, presi dalla stanchezza invincibile, di questa commedia dove tutto era falso, dove gli attori avevano dimenticata la parte e il rossetto male celava i volti sbiancati, si fuggivano. Ma, involontariamente, dopo tre o quattro giorni di tortura, per l'abitudine di vedersi, pel desiderio di ritentare la prova, si ritrovavano e la comica storia, piena di lagrime represse e di grida soffocate, ricominciava.
Erano tormentati anche nell'egoismo. Per delicatezza non si parlava più del passato, non vi era più rinnovamento di confidenze, mancavano tutte le espansioni — e poichè solo il passato poteva loro ispirare qualche cosa di vero, poichè solo il passato volevano nominare e non potevano nominare, così tacevano spesso. Più che mai erano lontani, in quel silenzio.