— A che pensi? — domandava Guido.
— A nulla — diceva lei glacialmente.
Assente ogni intimità. Almeno prima erano semplicemente estranei, riuniti dal caso, destinati a rimanere estranei. Ma ora, rimanere estranei dopo quel che era accaduto, rimanere estranei, mentre dicevano e giuravano d'amarsi, era uno squilibrio, una contraddizione, un'altalena pazza. Istintivamente, i nomi degli altri ritornavano in campo: si guardavano in volto, spaventati, come se vedessero apparire un fantasma. Dapprima finsero anche la gelosia per convincersi che si amavano; e indifferenti si tormentavano, facendosi delle scene furibonde dove l'esaltazione era tutta di cervello, dove spasimavano per un altro dolore, dandogli la forma della gelosia. S'ingiuriavano brutalmente. Ma in fondo ghignava la coscienza, mormorando: non me ne importa niente, non me ne importa niente.
Poi la gelosia nacque veramente, una gelosia tutta di amor proprio, una gelosia senz'amore, una gelosia volgare, a capricci, a dispetti, a piccole ferocie.
— Tu ami ancora lui — diceva talvolta Guido, insistendo, incrudelendo, offeso nel suo orgoglio di uomo.
Teresa non osava dire di no, la parola le moriva sulle labbra, voltava la testa in là.
— Lo vedi, lo vedi? Tu l'ami ancora, sei una sciagurata! — inferociva lui.
Gli è che si ricordavano ognuno la storia dell'altro, precisamente. Serviva per la loro tortura.
— A lei tu scrivevi ogni giorno ed a me, mai — diceva Teresa.
— A lui tu hai dato le due treccie dei tuoi capelli e a me nulla — diceva Guido.