COMMIATO.
Alcuni mi dicono: Voi siete triste. In quello che scrivete vi è sempre un'ombra di malinconia; anche quando scherzate, compare ogni tanto un pensiero mesto.
Altri esclamano: Beata voi con la vostra gioventù e l'allegria! La gioia schizza fuori dalle parole, il buonumore vi si appalesa; quando cominciate un'elegia, terminate sempre in un inno.
Io non rispondo e penso. Non so nulla di questo, è sicuro; non mi ricordo se sono stata allegra o malinconica, lo stato del mio animo mi è sfuggito. Sforzo la mia memoria; è inutile, essa ha obbliato l'impressione di quel momento fuggevole.
Vediamo allora che ne dice il pubblico. Ma ogni particella di questo pubblico è un'anima che sente, una mente che ragiona, una volontà che opera; ogni particella di questo pubblico è un individuo con le sue inclinazioni, i suoi gusti, le sue passioni; è un individuo col proprio carattere. Pensare questo, è semplicemente spaventoso per lo scrittore.
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Che può l'artista? Può nelle sue veglie tormentose provare lo spasimo di una idea che rimane velata, latente, incognita, lontana o vicina ma inafferrabile: può inginocchiarsi, battere la fronte sulla nuda terra, spargere lagrime impotenti e supplicare così l'idea di sollevare il suo velo, di rivelargli il volto fulgido, dovesse pure rimanerne acciecato; può, felicissimo evocatore, veder apparire nella notte la celeste fantasima e gridarle: Salve, o divina! Tu sei visione ed io ti farò realtà: tu tremoli come un'apparizione al limitare del mondo esistente ed io renderò fermo il tuo passo e vera la tua vita; ti darò la parola che è suono, che è luce, che è calore, che è sentimento; ti darò per farti vivere la mia anima ed il mio cuore—e tu, parte di me migliore, da me distaccata, da me creata, esisterai!
Ma, dopo questo, l'artista si ritrova deserto e solitario. Si guarda dattorno: qualche cosa gli manca, ha la sensazione di un vuoto enorme. Gli manca il suo grande amico, il giustiziere sconosciuto, il cervello immenso che accoglie e fa sue tutte le novelle idee, l'anima straordinaria che comprende, indovina, intuisce tutte le vere passioni: l'artista ha bisogno di una eco potente, sia di biasimo, sia di plauso: ha bisogno dello sprone che gli punga i fianchi come ad indomito corsiero; ha bisogno della voce imperiosa che gli faccia bollire il sangue nelle vene. Così fra l'artista ed il pubblico si stabilisce un invincibile legame che nulla potrà spezzare.
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Mi ricordo, un giorno non molto lontano, mi parve di avere in qualche parte del mondo un amico incognito a cui dovessi scrivere tante, tante cose; la penna correva, correva, le parole fuggivano rapidamente come foglie trasportate dal vento autunnale; senza essere chiamati, i pensieri tumultuavano, affannandosi, accavallandosi; si moltiplicavano senza numero le idee vecchie e nuove, i ricordi e le speranze, le aspirazioni e tutto questo nella forma che più conveniva alla spinta potente che li urtava. Nulla poteva arrestarmi: noncurante della età giovanile, della scarsa esperienza che doveva trarmi in inganno, dei pericoli che potevano sorgere ad ogni passo, delle lotte che mi aspettavano al varco, delle molte probabilità di caduta, io ho continuato a lavorare, guardando sorridente il chiuso avvenire. L'amico non mi rispondeva; solo ad intervalli, ora per una bocca, ora per un'altra mi giungeva una parola: una parola talvolta amabile, talvolta severa—e gli scoraggiamenti profondi o le novelle speranze mi erano sempre salutari. Nulla poteva arrestarmi: quanto nasceva nella fantasia, quanto era frutto di osservazione, quanto era corrispondente ad una impressione io ho scritto al mio amico. Come era la vita sua, come era la vita mia, volta a volta il sorriso malinconico o la lagrima gioconda, si sono trasfusi involontariamente nelle mie parole, e quando, dopo un anno di questa corsa, io ho preso fiato per un momento, mi accorsi che avevo scritto un libro e che l'amico era il pubblico.