--Siete sempre coi vostri libri, zia. Vi guastate la vita. Vedete, io non ne leggo mai e trovo molto naturale che Cesare mi sposi...
Chinò il capo di nuovo e si mise a disporre le calze nel cassone, uno strato fitto e multicolore su cui il bianco dominava.
--Ci metto dello spigonardo, zia?--domandò Cecilia che non poteva tacere.--Lo spigonardo, dicono, conserva la seta dai tarli.
--Sì, ma è un profumo volgare, Cecilia. Metti dell'ireos. Tu dovresti avere dell'ireos.
--Vado a vedere.
E scappò fuori. Zia Angiolina guardò anch'essa alla sfuggita, verso il balcone. Nel vano oscuro un'ala nera si agitava nervosamente; era un grande ventaglio. Zia Angiolina sospirò, osservò accuratamente le sue mani che aveva conservate morbide e bianche, le trovò di sua soddisfazione, stette lì lì per dire qualche cosa al ventaglio nervoso, ma se ne pentì e non disse nulla.
Cecilia ritornò; era tutta rossa. Portava un grande cespo di rose gialle e certi lunghi rami di gelsomini bianchi rampicanti. Ogni tanto succhiava vivamente l'indice della sinistra che si era dovuta pungere ad una spina.
--Non ho trovato l'ireos,--dichiarò,--sono uscita nel balcone dell'anticamera ed ho spogliato la rosa-tea che era tutta fiorita. Anche i gelsomini erano fioriti, ho strappato un po' i rami, ma che importa? Rinasceranno.
--Che ne farai, di questi fiori?
--Li sfoglierò nel cassone. È buono l'odore dei fiori secchi. Peccato, dovrei avere le gaggie. Hanno un profumo squisito nella biancheria.